Solo per amore, 25 Novembre
Di Mimmarosa Barresi
Toujours le 25 novembre. Della serie SOLO PER AMORE.
F.G. Gau, Th. Ballo e G. Eiffel, Basilique Sainte-Clotilde-et-
Valère, Parigi 1846-59
Valeria di Limoges, santa e martire e cefalofora cristiana, visse a Limoges, appunto, nel III secolo dopo Cristo.
Si potrebbe inferire, data l’epoca, che ella sia stata vittima delle spietate persecuzioni di Galerio e/o di Diocleziano. Valeria morì invece per mano del futuro marito. Perciò la ricordiamo qui.
La storia della sua vita è considerata affatto leggendaria, ma le reliquie di una Santa Valeria erano oggetto di venerazione a Limoges prima dell’anno 1000.
CASSETTA RELIQUIARIO di SANTA VALERIA, Limoges, 1170-1180, smalto champlevé su rame dorato, San Pietroburgo, Museo Ermitage.
Valeria, dunque, è promessa ad un giovane pagano ed è pagana ella stessa. Il fidanzato parte per la guerra e, durante la sua assenza, la ragazza viene convertita al Cristianesimo dal vescovo Marziale (poi santo a sua volta), che fu tra i primi evangelizzatori della Gallia.
Dopo il battesimo Valeria dona tutti i suoi beni ai poveri e soprattutto fa voto di verginità .
Quando il promesso sposo torna dalla guerra, ella lo prega di dimenticarla poiché il suo cuore è già di un Signore ben più potente.
L’uomo, però, non le consente di spiegare oltre, trae la spada e le.mozza di netto la testa.
Ed ecco il miracolo (al quale crediamo “quia absurdum”): il corpo di Valeria si solleva da terra, raccoglie il capo e lo porta a Marziale.
GIOVANNI ANTONIO GALLI detto Lo Spadarino, SANTA VALERIA CEFALOFORA, 1629-32, Roma, San Pietro, Sala Capitolare.
Il fidanzato, stravolto dall’accaduto e, immaginiamo, sufficientemente terrorizzato, corre a gettarsi in lacrime ai piedi del vescovo, al quale chiede perdono.
Dopo una lunga (ma non mai abbastanza) penitenza, viene perdonato e riceve persino il battesimo.
A tal proposito troviamo scritto “Si riunisce così, in una sorta di mistico fidanzamento, alla fanciulla amata e perduta” (cfr. www. santiebeati.it).
Perduta?
Amata?
È l’alibi, il solito alibi alla radice di ogni femminicidio.
Nel III secolo dopo Cristo come ai nostri giorni.
Purtroppo.
P.S.: Ricostruisce la storia di Valeria un libretto risalente VALERIA O LA VERGINE DI LIMOGES dell’abate Lascaux, tradotto in italiano da Giovan Battista Ulisse nel 1939 per la Pia Società San Paolo.
Buona festa dell’Immacolata🎉
Di Mimmarosa Berresi
In onore della Madonna Immacolata e della Chiesa a Lei intitolata (sulla storica via Immacolata, appunto, a conclusione del lungo cannocchiale ottico costituito dalla via Regina Margherita), di cui i Barcellonesi conoscono tutto ed il contrario di tutto grazie alla mai troppo lodata attività degli storici locali, presentiamo qui qualche noto échantillon, che ha per protagonista l’Immacolata, per la quale si cantava (forse ancora si canta): ” Immacolata, Vergine bella, / di nostra vita tu sei la Stella”.
Appare superfluo ricordare come la ufficializzazione del culto da parte di Pio IX ( con la bolla “Ineffabilis Deus”) nel 1854, mette soltanto il sigillo ad una devozione profondamente radicata e risalente. In Oriente, ad esempio, la festa pare si celebrasse già nel VI secolo.
Del resto, proprio a Barcellona Pozzo di Gotto dal 1702 operava una Confraternita di Maria Vergine Immacolata, alla quale Tommaso Moncada, arcivescovo di Messina, concesse licenza di erigere una sede dedicata.
Ultimata sul finire del XVIII secolo, la chiesa si propone all’interno con una unica navata, quasi una hallenkirke in miniatura, se vogliamo, arricchita da una suite di sei preziosi medaglioni, che i ingemmano le pareti ed il presbiterio; e che più barocchi non si può, e per il contorno ovale e per la tenue tavolozza e, non ultimo, per la commossa rappresentazione dei soggetti e degli episodi raffigurati.
L’esterno, di tutta evidenza, si uniforma alla tipologia condivisa da molte architetture religiose, isolane e cittadine, con il prospetto definito, concluso, serrato perfino dai due campanili laterali.
Tornando all’interno, dalla nicchia che la ospita sopra l’altare maggiore nel presbiterio Maria dalla Immacolata Concezione vigila benevola e condiscendente, ma con fare da regina, sul suo piccolo regno e sul numeroso popolo dei suoi fedeli.
MADONNA IMMACOLATA nella Chiesa dell’Immacolata in Barcellona Pozzo di Gotto.
Ed è giovane, una “piccola Signora giovane “, come la descrisse a Lourdes l’altrettanto giovane Bernadette.
A Lei dunque offriamo in primis l’immagine di quella che è considerata forse la più Immacolata di tutte, o almeno la più nota, quella che domina Piazza Mignanelli a Roma dalla sommità della colonna di marmo cipollino, alta quasi dodici metri.
LA COLONNA DELLA IMMACOLATA in Roma (fotografia datata 1880)
MADONNA IMMACOLATA in Roma, Piazza Mignanelli
La colonna, di recupero, è romana e proviene dal Campo Marzio. È pagana, insomma, e la Signora, concepita senza peccato, la sovrasta con la stessa autorità con cui calpesta il serpente, simbolo del peccato e di ogni male. Per inciso la sacra effigie fu realizzata da Giuseppe Obici; non è particolarmente originale, ma il messaggio che invia è potente e facilmente comprensibile, anche grazie alla eccelsa ed eccezionale collocazione della Madonna.
Eccezionale si diceva. Sì ma non unica. Né prima in ordine di cronologia.
A Palermo, infatti, in Piazza San Domenico su un’alta colonna, a sua volta impostata su una base massiccia, si erge una bronzea Immacolata, datata 1724, cioè precedente di un secolo circa quella marmorea romana. In aggiunta l’opera reca una firma importante, essendo stata progettata da Tommaso Maria Napoli, autore della bagarese Villa Palagonia e di molto altro.
LA COLONNA DELL’IMMACOLATA in Palermo, Piazza San Domenico
Barocchissima, complicata nell’impianto, abitata anzi affollata da molti personaggi, alcuni dei quali non più conservati in sede, ovvero sostituiti dai regnanti di turno ed anche dai pontefici (quali Pio IX e Pio XII). E c’è anche un San Michele a ricordare che l’Immacolata, per definizione, è anche la custode e la protettrice della salute del corpo.
E potremmo continuare con la Guglia dell’Immacolata in Piazza del Gesù Nuovo a Napoli o,
ancora più vicino a noi, con la Guglia dell’Immacolata messinese.
GUGLIA DELLA IMMACOLATA in Messina.
Dal confortevole guscio della sua nicchia, però, la Madonna Immacolata della Chiesa dell’Immacolata in via dell’Immacolata di Barcellona Pozzo di Gotto ci dice che “c’est suffit”. Preghiamo, se lo desideriamo, e godiamoci la festa.
Perché sia sempre 25 novembre
Di Mimmarosa Barresi
Della serie “Avengers”, perché sia sempre 25 novembre
È di uno scultore italo argentino la statua che presidiava/sembrava presidiare la New York County Criminal Court, il tribunale simbolo del movimento METOO, per aver ospitato processi a carico di noti personaggi accusati di abusi (per tutti Harvey Weinstein).
L’opera risale al 2008 ed è ispirata all’arcinoto gruppo scultoreo di Benvenuto Cellini, PERSEO CON LA TESTA DI MEDUSA, sotto le volte della Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze.
A detta dell’Autore, poi, anche la lettura dei moventi versi di Ovidio avrebbe esercitato la sua influenza.
Della statua di Cellini, però, questa di Garbati rappresenta il pendant, ma in senso opposto, con una inedita ed inaudita inversione dei ruoli.
Si intitola e rappresenta, infatti, MEDUSA CON LA TESTA DI PERSEO.
Perseo, e non solo quello di Cellini, dopo aver decapitato Medusa, ne portava in giro la testa, macabro trofeo, allo scopo di pietrificare i nemici.
E, nel caso della scultura fiorentina, egli la ostende e la ostenta con il braccio sinistro teso e la mano destra ad impugnare ancora la spada sguainata.
Garbati, invece, ci presenta Medusa, dal corpo scultoreo, improntato a classica “ponderatio”, dal viso intenso ed assai bello, incorniciato da una splendida massa di riccioli-serpenti, mentre tiene sì con la destra la testa penzoloni di Perseo e con la sinistra ugualmente la spada inerte, ma le sue braccia corrono lungo il corpo e non vi è in lei, nel suo viso, nel suo corpo, alcun segno di esultanza o di autocelebrazione.
Ha solo evitato di essere uccisa. Autodifesa diremmo, visto, come, secondo il mito, sono evoluti gli eventi.
Per inciso, il Perseo decapitato da Medusa ha le fattezze di Garbati; un po’ come il caravaggesco Golia, si parva licet…
Realizzata, come sopra ricordato, nel 2008, dal 2018 l’opera partecipa del MEDUSA WITH THE HEAD PROJECT (MWTH), un progetto di rivisitazione del mito elaborato dall’artista Bek Andersen. Dal 13 ottobre 2020 al 30 aprile 2021 è stata esposta al Collect Pond Park in Center Street, Lower Manhattan.
La finalità di tali autentiche reinvenzioni dei miti classici, come qui con Garbati, è manifestamente quella di offrire una, per quanto tardiva (e forse inutile), rivalsa a Medusa su Perseo ed a tutte le donne su una società maschilista e patriarcale che continua, purtroppo, a produrre misfatti ed orrori.
I commenti al vetriolo di molti critici (maschi) ed anche di qualche femminista (?) rancorosa contro Garbati e la sua ‘scandalosa’ Medusa mostrano in fondo che la franca provocazione dall’artista ha in parte conseguito il suo scopo.
EN ATTENDANT LE 25 NOVEMBRE
Di Mimmarosa Barresi
ELISABETTA SIRANI.
Elisabetta Sirani, AUTORITRATTO, 1658, olio su tela, Mosca, Puschkin Museum.
Aspettando, appunto, il 25 novembre, proponiamo finalmente un’opera che ha, come sempre, per protagonista una donna nella parte, però, non già della vittima, ma della giustiziera. Una giustiziera che si vendica tuttavia di un oltraggio subito e avoca a sé il diritto di difendersi e di essere rispettata. È Timoclea, tebana e sorella di quel Teogene, comandante del Battaglione Sacro, morto eroicamente combattendo a Cheronea. La giovane donna, durante l’occupazione di Tebe da parte delle truppe di Alessandro Magno, fu violentata da un ufficiale macedone, rimasto anonimo (anche nella narrazione di Plutarco). Costui commette l’errore di non uccidere la sua vittima perché, spinto dalla cupidigia, crede che ella possa indicargli il nascondiglio di favolosi tesori. Timoclea finge di assecondarlo e lo conduce presso un pozzo nel quale riesce a spingere l’avido aguzzino e, in aggiunta, gli scaglia contro sassi tanto da ucciderlo.
Accusata di omicidio e condotta in giudizio di fronte ad Alessandro, ella si difende con coraggio e determinazione, guadagnandosi non solo la sua stessa vita ma perfino l’ammirazione del nemico. Storia o leggenda che sia, qui il nostro intento è quello di mostrare come possa cambiare la narrazione di un fatto se a raffigurarlo in pittura è una donna piuttosto che un uomo.
L’episodio, infatti, è il soggetto di note rievocazioni, come, per tutte, quella di Pinturicchio (affresco nella camera della favorita di Francesco I a Fontainebleau) o di Domenichino (dipinto conservato al Louvre). In ambedue i casi la scelta degli artisti è quella di rappresentare Timoclea umiliata di fronte ad Alessandro Magno.
Del tutto diversa la opzione, qui proposta, della pittrice Elisabetta Sirani nel dipinto che non a caso reca il titolo TIMOCLEA UCCIDE IL CAPITANO DI ALESSANDRO MAGNO
Elisabetta Sirani, TIMOCLEA UCCIDE IL CAPITANO DI ALESSANDRO MAGNO, 1659, olio su tela, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte.
Elisabetta Sirani, figlia d’arte (il padre Giovanni Andrea era pittore e mercante d’arte, nonché aiuto di Guido Reni), rovescia, per così dire, il punto di vista della narrazione. Timoclea sta per spingere il bieco militare giù nel pozzo. È bella e determinata. Il suo stupratore, al contrario, è ritratto in una posa tutt’altro che eroica, scomposto com’è sull’orlo del meritato abisso. L’opera è esemplare prova del c.d. “alto Barocco “, dove si mescolano erudizione e virtuosismo, in perfetto stile “sprezzatura”. E fu gradita tanto da essere riprodotta e diffusa in incisioni, come quella famosa di Matthaus Merian, da cui il dilatato adattamento pittorico per il Castello Eggenberg a Graz. Del resto Elisabetta fu una protagonista dell’arte del suo tempo: capo di bottega a soli 24 anni, Professoressa all’Accademia di San Luca, prima donna in Europa a fondare una scuola femminile di pittura. E non si può ignorare il suo grande contributo alla cultura artistica bolognese, dove più e meglio del padre diffuse i modi di Guido Reni. Fu infine richiestissima dalla committenza e di conseguenza assai produttiva, come attesta un insolito ( per i tempi e per il suo sesso) registro di lavoro. Se non fosse che la vita e la gloria di Elisabetta si interrompono a soli 27 anni, a causa di un improvviso malore, causato dal troppo lavoro. Peritoneale, ulcera ? Chi può dirlo? A quel tempo, comunque, il veleno era molto di moda! Ed ella fu certo meno fortunata della ‘sua’ Timoclea. Così queste note sono sì un omaggio a Timoclea, ma anche ad Elisabetta, fanciulla prodigio, pittrice amata ed invidiata, probabilmente perché, come annoto’ il biografo Malvasia, aveva un talento “più che da uomo “.
























