Quella macchia rossa sul volto de ” Le Mémoire”
Di Mimmarosa Barresi
René Magritte, Le Mémoire, 1948, Bruxelles, Coll. della Fédération Wallonie.
Nel 1948 René Magritte, insieme con Salvador Dalì uno dei più famosi e surreali Surrealisti, inizia a produrre una serie di dipinti, praticamente uguali fra loro, tranne che per alcuni dettagli, dal titolo comune Le Mémoire.
La testa di una statua, neoclassicisticamente bianchissima, pettinata all’antica e con un accenno di leonardesco sorriso, è posta su un davanzale. Sullo sfondo paesaggi e cieli azzurri, diversi nelle diverse versioni del dipinto.
Nella più celebre il fondale è una distesa di azzurro delimitata da un pesante drappo, una tenda rosso-bordeaux.
A destra della testa (a sinistra per l’osservatore) quello che è stato identificato in un sonaglio (‘accessorio’ ricorrente nei quadri di Magritte) ed una foglia appena appassita ma ancora verde.
Una “still life”, ovvero, in italiano, una natura morta, dove però di vivo c’è una chiazza di sangue che sgorga dal sopracciglio destro.
Delle molteplici interpretazioni date a questo dettaglio (che poi dettaglio non è!) già lo stesso Magritte esclude che “la macchia di sangue può suggerire in noi la supposizione che la persona di cui vediamo il viso sia stata vittima di un incidente mortale”.
Ma la negazione è notoriamente uno degli artifici utilizzati dai Surrealisti per innescare nell’osservatore pensieri e sentimenti au contraire.
Ci piace, e siamo dunque autorizzati, in questo contesto, in memoria, appunto, e per omaggio alle donne -non statue- vittime di soprusi e violenze, pensare che sia proprio il sangue innocente di qualcuna delle tante quotidianamente offese.
Una macchia scarlatta e inequivocabile, che rende impossibile l’abbandono del ricordo di tante efferatezze.
Una ferita che non può essere sepolta nella memoria o racchiusa nell’ermetico contenitore di una testa di pietra.











