La “Pietà” di Jago, una lettura in chiave moderna

 

Di Mimmarosa Barresi

 

Nella iconografia cristiana Pietà è, come è noto, incarnata in una Madonna addolorata che sorregge o tiene fra le braccia il Figlio morto. Ricordo per tutte la sublime PIETÀ di Giovanni Bellini, conservata a Brera.
La più celebre di queste Pietà è tuttavia data dalla/dalle interpretazioni michelangiolesche, che tutti abbiamo negli occhi e nel cuore.
Ad esse ispirata, o piuttosto in deciso contrasto con le stesse, è la PIETÀ di Jacopo Cardillo , classe 1987, che, come nota Sgarbi, ha scelto per sé “il nome archetipico del più perverso dei personaggi shakespeariani”, ossia JAGO.
Jago, dunque, nel 2021 ha realizzato nel suo studio napoletano di Sant’Aspreno dei Crociferi, nel Rione Sanità, un gruppo scultoreo di grandi dimensioni (140 × 80 x 150 centimetri) raffigurante la ‘sua’ Pietà.


Esposta fino al 28 febbraio 2022 nella Basilica di Santa Maria in Montesanto , in Piazza del Popolo a Roma, l’opera michelangiolesca “sui generis” narra nel marmo una delle tragedie del nostro tempo.
Usiamo quale introibo quanto detto dal Rettore della Basilica suddetta Monsignor Walter Insero, il quale afferma con convinzione come non si tratti della riproposizione di un celeberrimo episodio biblico ma di “una rielaborazione in chiave moderna di un momento di raccoglimento e di dolore in cui l’umanità si è identificata per secoli “.


Ma… ma qui è un uomo, verosimilmente un padre, che accoglie su di sé il corpo definitivamente esanime di una giovane donna, una figlia, anzitempo sottratta, o meglio crudelmente strappata alla vita.
In questa Pietà au contraire, dunque, l’umanità sopraffatta dal male, fino a morirne, è rappresentata in questa giovane donna, che oggi, in questa triste ricorrenza del 25 Novembre, qui per noi ricorda la serie ininterrotta di femminicidi e di violenze senza rimedio, cui quotidianamente assistiamo pressoché impotenti.
E non vogliamo tacere del disperato dolore dei superstiti, che il volto dell’uomo, del padre rivela.

 


La fronte aggrottata, gli occhi serrati, la bocca stravolta in una smorfia, mentre le mani affettuose, pietose appunto, sorreggono il giovane corpo appoggiato sulla gamba sinistra. E non a caso egli è inginocchiato.
Forse, come è stato suggerito, c’è Wildt dietro questo ritratto dolente (che Jago afferma essere un suo autoritratto), ma c’è sopra tutto il riconoscimento e la manifestazione di un dramma personale e sociale, cui a volte sembriamo purtroppo tristemente assuefatti.