Donna… La creazione!

Dio stava creando la donna, e ci stava mettendo molto tempo.

Un angelo gli chiese: “Perché ci metti tanto tempo?”

Rispose: “Guarda quanto è complicato.

Deve avere più di 200 parti mobili, e nello stesso tempo muoversi con grazia.

Lavora molte ore al giorno. Con due sole braccia abbraccia diversi bambini e li consola.”

L’Angelo rimase impressionato: “E’ un modello standard?

Ma non è possibile, riposati, la finirai dopo.”

 

“No”, disse Dio, “la finisco oggi e sarà la mia preferita.

L’ angelo toccò la donna: “Dio, com’è morbida!”

“Sì, ma è anche molto forte. Sembra fragile ma è fortissima.”

“Può anche pensare?” chiese l’angelo.

“Può pensare e può far ragionare”.

L’ angelo sfiorò il viso della donna. “Dio, ma è guasta! Perde liquidi!”

“No”, rispose Dio, “queste sono le lacrime”.

“A cosa servono?”

“Per esprimere la tristezza, l’amore, la solitudine, la sofferenza, l’orgoglio.”

“Dio, sei un genio! Hai pensato a tutto e lei è stupenda.”

“Oh sì. La sua forza può stupire l’uomo. Può ridere quando vorrebbe piangere, sorridere provando paura, aiutare gli altri quando lei stessa avrebbe bisogno d’aiuto.”

“Ma”, sospirò Dio, “ha un difetto, e se non lo correggerà da sola, si rovinerà la vita.”

“Che cos’è?”

“A volte non si rende conto del suo valore”.

 

Autore sconosciuto

Ancora di Artemisia

Di Mimmarosa Barresi

 

Artemisia Gentileschi, AUTORITRATTO COME ALLEGORIA DELLA PITTURA, 1638-39, Londra, Kensington Palace.

 

 

Artemisia Gentileschi, ma Artemisia Lomi (come spesso si firma ella stessa cassando il secondo cognome) è diventata da tempo una degli artisti più celebrati e rievocati, e non solo dai c.d. addetti ai lavori.
La sua opera, e più la sua vita, sono state oggetto di attenzione da parte di romanzieri, registi e perfino di un largo pubblico di ‘profani ‘.
Tutto ciò a partenza dalle particolari e romanzesche, appunto, vicende della sua esistenza, con speciale (e vorremmo aggiungere morboso) riguardo al noto episodio dello stupro di cui fu vittima da fanciulla, con il corollario di un processo umiliante e crudele (fu anche sottoposta a tortura); cui tuttavia ella reagì con inusitato coraggio, così da superare, almeno in apparenza, il trauma dell’offesa subita e diventare, in forza della sua arte, una delle figure più significative nel panorama della pittura seicentesca.
Osiamo argomentare ex contrario che l’essere divenuta in alcuni ambiti, anche se a buon diritto, una icona del femminismo, pure di quello militante (con riferimento ad esempio alle “Gorilla Girls”), ha paradossalmente nuociuto alla sua fortuna critica, velando (e non sono le velature della Mandrediana Methodus) o addirittura obliterando il pregio e la unicità del suo gesto artistico.
Certo lo stupro subito segnò la sua vita è influenzò la fonte della sua creatività e delle sue invenzioni ( non avremmo potuto ammirare altrimenti opere come GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE -nelle due versioni napoletana e fiorentina-, per non parlare dell’ungherese ed ancor più cruenta GIAELE E SISARA).
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che nei sessanta anni della sua avventurosa esistenza Artemisia incontrò il gradimento di una committenza ricca e potente (anche fuori d’Italia), nonché il riconoscimento di colleghi e critici a lei contemporanei, tanto da essere ammessa alla Accademia delle Arti del Disegno, fiorentina e maschilistissima.
In verità, Artemisia Lomi Gentileschi assunse una autonomia ed un orgoglio quasi impensabili per l’epoca, perfino anacronistici. Ed è così che si ritrae nello splendido “selfie ” come ALLEGORIA DELLA PITTURA, dove anche la posa inusuale sottolinea il suo essere, e sentirsi, libera, emancipata, orgogliosamente artista e donna (che per i tempi non era cosa da poco).

 

Simon Vouet, RITRATTO DI ARTEMISIA GENTILESCHI, 1623 ca., Pisa, Palazzo Blu.

 

Lo stesso messaggio in uno dei ritratti per così dire ufficiali della pittrice, realizzato nel 1623 ca. da Simon Vouet, anch’egli figlio d’arte, giramondo, amato dai potenti, nonché creatore nella natia Francia di una accademia di disegno, non a caso con il determinante contributo della moglie e pittrice Virginia Vezzi.