Killer dell’ estate” idrocuzione”

(o idrocussione), sincope che insorge improvvisamente durante un bagno in acqua fredda, caratterizzata da perdita di coscienza con arresto riflesso della respirazione (l’incidente viene comunemente chiamato congestione). L’i. si distingue dall’annegamento che è dovuto a penetrazione di acqua nelle vie respiratorie.Generalmente si manifesta non appena si entra in acqua, ma talvolta può verificarsi anche durante il bagno (questa evenienza è frequente nei subacquei che scendono in profondità trovando temperature sensibilmente basse), o addirittura quando si è usciti dall’acqua (i. ritardata).L’i. presenta diverse forme cliniche: a volte l’individuo viene colpito dal malore in modo brusco e cala improvvisamente a fondo altre volte l’incidente è preceduto da segni premonitori, quali malessere, vertigini, crampi, ronzii alle orecchie.Di per se stessa l’i. causa di rado la morte perché la sincope è reversibile tuttavia, poiché la ripresa respiratoria si verifica quando l’individuo è ancora in acqua, sopravviene quasi sempre la morte per annegamento.Sul meccanismo d’insorgenza dell’i. sono state formulate alcune ipotesi.Secondo la più seguita, la bassa temperatura dell’acqua indurrebbe fenomeni di vasocostrizione che provocherebbero turbe dei centri nervosi diencefalici e inibizione dei centri respiratori altri fattori responsabili potrebbero essere: lunga esposizione al sole, abbondante sudorazione, digestione in corso. Un’altra ipotesi, basandosi sul fatto che alcuni soggetti colpiti da i. presentano reazioni cutanee, sostiene che all’origine dell’incidente ci sarebbe uno shock allergico.Al paziente deve essere subito praticata la respirazione artificiale e, se le condizioni lo richiedono, il massaggio cardiaco.

Fonte dal web

Apollo e Dafne

Di Mimmarosa Barresi

Gian Lorenzo Bernini, APOLLO E DAFNE, 1622-1625, Roma, Galleria Borghese. L’ultima delle opere borghesiane di Gian Lorenzo Bernini descrive ancora una volta un rapimento, o meglio un tentato rapimento, causato per altro dalla proverbiale invidia di un dio, Cupido/Eros, che trafigge Apollo e Dafne rispettivamente con una freccia d’ oro ed una di bronzo, procurando ad un tempo amore nell’uno e disamore nell’altra. Così come viene declinato (e come perviene a Bernini attraverso Ovidio) il mito mostra la mistificazione, per così dire, di un atto di per sé delittuoso, che, pur non essendo portato a compimento, costringe la vittima a rinunciare alle sue fattezze umane per trasformarsi in una pianta d’alloro,

impenetrabile alla violenza del dio. E appare poco rilevante, in questo contesto, che la nobile ed aromatica lauracea diverrà sacra ad Apollo. Seguendo la fonte delle METAMORFOSI ovidiane, Bernini sceglie di rappresentare la fase più spettacolare e tremenda del tentato rapimento.

Apollo sta per ghermire Dafne e già la sfiora con la mano sinistra, mentre il resto del corpo del dio è teso nello sforzo della corsa, con i capelli boccoluti sospinti indietro dal vento e gli occhi che appaiono vivaci ed eccitati (anche grazie all’artificio incredibile dell’iride incavata e della pupilla sporgente). Dafne, nuda ormai contro il suo volere, sembra per un attimo arrestarsi per poter dare nuovo slancio alla sua fuga. Tutto potrebbe accadere, ma i piedi non rispondono al volere della ragazza e la metamorfosi invocata dalla stessa (con una fervida preghiera al padre Peneo) è ormai in atto. La pelle si tramuta in corteccia, i piedi in radici, le mani protese, come pure i capelli, sono già rami frondosi. Il volto, al contrario, è ancora meravigliosamente umano: Dafne, pur bella, esprime con la bocca semiaperta il terrore per essere stata ormai raggiunta dalla passione del dio ed il sollievo (forse?) per la trasformazione in atto, che pure la sottrarrà alla divina violenza.

Ma è comunque una sconfitta. Il dramma di Dafne, come già quello di Proserpina, pur empaticamente condiviso dal giovane Gian Lorenzo, passa tuttavia in secondo piano, paradossalmente oscurato proprio dalla tragicità dell’evento restituita in modo sublime dal virtuosismo inattingibile dello scultore. L’opera godette infatti di un successo ‘planetario’, “un miracolo dell’arte” secondo Filippo Baldinucci, autore della prima biografia dell’artista. Ed ancora, come ne IL RATTO DI PROSERPINA, un cartiglio apposto sulla base del gruppo scultoreo e recante versi a firma di Maffeo Barberini, tenta di ‘addomesticare’ in senso morale e cristiano l’episodio raffigurato, sviando del tutto l’attenzione dalla violenza subita da Dafne; come di seguito: “Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia formae, fronde manus implet baccas seu carpit amaras” = Chiunque amando insegue il piacere della fugace bellezza, si riempie la mano di foglie o coglie bacche amare. Depistaggio riuscito!

A Barcellona, un’altra Opera di Cesare Di Napoli

Di Mimmarosa Barresi

Il dipinto prima del restauro.

Cesare Di Napoli, SAN ROCCO FRA SAN NICOLÒ (o PAOLINO DA NOLA) E SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA, s. d., tempera su tavola, Barcellona Pozzo di Gotto, Basilica di San Sebastiano. Dalla luminosa sala del Palazzo Comunale di Barcellona Pozzo di Gotto, dove è ospitata una delle più note opere di Cesare Di Napoli, MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNINO, SAN MICHELE ARCANGELO E SANT’AGOSTINO, ci trasferiamo negli ombrosi, ed altrettanto aulici, ricetti della Sacrestia della Basilica di San Sebastiano, sempre in Barcellona, dove è alloggiato un commovente San Rocco, affiancato dai Santi Nicolò (ovvero San Paolino da Nola) e Caterina d’ Alessandria; già dal 1821 attribuito al medesimo Di Napoli. Il dipinto traslocò nel nuovo Duomo dopo la demolizione della antica chiesa, anch’essa dedicata al santo protettore della città. Tre grandi santi, imponenti, anche in forza del tracciamento della linea d’orizzonte insolitamente bassa; ed in mezzo Rocco, il protagonista, raffigurato canonicamente in ‘divisa’ da pellegrino: sanrocchino d’ordinanza, corto, di tela, decorato dalla concha de vieira; bordone, ossia l’hastile peregrinorum, raffigurato filologicamenre con il puntale nella estremità superiore ed il gancio poco più in basso, in origine predisposti per azioni di attacco e difesa (nel caso più che probabile di incontri pericolosi durante il cammino); infine la veste sollevata appena per mostrare i segni della peste contratta soccorrendo i malati. In basso a sinistra , accanto al piede del santo, calzato da un elegante stivale con fiocco, si scorge un cane, che non è un cane, poiché ha un volto pressoché umano: un unicum nella tradizione iconografica, introdotto da Di Napoli per ricordare la generosa fedeltà dell’animale che nutrì Rocco durante la malattia. Sulla destra una bionda e paffuta Santa Caterina, leggiadramente acconciata, regge con la mano sinistra il libro simbolo del suo dottorato, mentre con e sotto braccio destro sostiene una lunga spada dalla elaborata elsa. Ai suoi piedi l’imperdibile testa del persecutore Massimino (secondo la canonica soluzione adottata -ricordiamo- per la sua Santa Caterina da Vincenzo Gagini nella Chiesa, ancora barcellonese, di San Rocco, non a caso, di Nasari). A sinistra di Rocco il santo non identificato con certezza, che è comunque un vescovo, con una semplice mitra, ma con un sontuoso manto, un elaborato pastorale ed un voluminoso libro.

Si apprezza da queste poche notazioni la predilezione di Cesare Di Napoli per la scelta e la cura dei particolari, il generoso ricorso ai simboli.
Il dipinto restaurato esposto nella mostra messinese SANTI MEDICI E TAUMATURGHI, ospitata presso il Monte di Pietà (2011-2012).

Sia che lo si voglia definire pittore originalmente polidoresco ovvero diligente scolaro di Guinaccia, resta il dato di un Manierismo originale perfino in prove giudicate più acerbe, come quella in presentazione.

Il ratto di Proserpina

Di Mimmarosa Barresi

Gian Lorenzo Bernini, IL RATTO DI PROSERPINA, 1621-1622, Roma, Galleria Borghese.

Un ratto tutto siciliano qui di seguito proposto, quello di Proserpina da parte di Plutone, perpetrato nel cuore dell’isola, sulle rive del lago di Pergusa, nei pressi di Enna. La vicenda è nota, o meglio il mito, così come narrato da Claudiano e da Ovidio; ai quali Bernini si ispira chiamando i protagonisti alla latina. Persefone diventa Proserpina, Ade Plutone, Demetra Cerere, Zeus Giove. Scegliendo il momento più colmo di pathos (che gli consente di dar prova sublime del suo virtuosismo), Gian Lorenzo raffigura il fiero dio degli Inferi che, insensibile al dolore di Cerere, sta trascinando Proserpina nel regno dei morti. I muscoli sono contratti nello sforzo di contenere il giovane corpo di lei, che vigorosamente si divincola. Arcinoto e celebrato (e qui, in questo contesto, espressivo della brutalità del gesto) il particolare dell’affondo della mano di Plutone nella tenera (e sensuale per gli osservatori) carne della coscia della fanciulla.

Capolavoro fondamentale per la nascita del Barocco, questo gruppo scultoreo, il secondo dei quattro gruppi borghesiani, giusto in forza della sua potente bellezza e del citato dettaglio, uno dei più celebrati della storia dell’arte, lascia in secondo piano, perfino oblitera, il dramma che in realtà rievoca. Bernini aveva ventitré anni quando iniziò a lavorarvi ed amiamo pensare che parteggiasse, per così dire, più per la fanciulla che per il vecchio dio, che le recava oltraggio.

Proserpina si dimena, scalcia, colpisce il volto barbuto di Plutone e, se ci limitassimo a guardarla negli occhi, potremmo quasi aspettarci che riuscirà a liberarsi. Plutone, per altro, ostenta una espressione bramosa ed insieme affaticata. Ma il mito narra di un altro epilogo ed è quello che lo scultore è tenuto a raffigurare. Plutone resta ben piantato in terra e, tanto per non correre rischi, si è portato dietro l’implacabile Cerbero.

Gian Lorenzo non può che immortalare sul volto di lei un grido muto e disperato e la vergogna di essere stata denudata. Nonostante la immane presenza di Plutone, è Proserpina la protagonista con il suo terrore per la violenza che sta subendo e lo sconforto di fronte alla impossibilità di poter essere soccorsa. Grande Gian Lorenzo.