La storia di Clara Immerwahr

Di NG

Clara Immerwahr (1870 – 1915)

 

 

Nata in Slesia da una ricca famiglia ebrea ereditò dal padre la passione per la Chimica, ma le scuole per ragazze si occupavano solo di preparare le fanciulle ad essere brave donne di casa.

Quindi dovette prendere lezioni private e tramite dei permessi speciali le fu concesso di partecipare come uditrice alle scuole superiori che erano unicamente riservate ai maschi.

Fu la prima donna in Germania a laurearsi in Chimica  e successivamente ottenne anche il dottorato. Il Professor Habbeg suo insegnante la volle come aiutante nel suo laboratorio e a lui si deve anche la partecipazione di Clara alla pubblicazione di alcuni articoli scientifici.

Un secondo incontro con Fritz Haber,  brillante chimico, di famiglia ebrea, a cui Clara rifiutò la richiesta di matrimonio, ai tempi delle superiori, poiché la di lei priorità era studiare e diventare indipendente, fu decisivo. Haber l’ illuse che avrebbero lavorato insieme come la contemporanea coppia dei Curie.

Ma l’ illusione durò ben poco. Inizialmente, collaborava alle sue ricerche come si deduce dalle dediche sui testi che lui pubblicava: “Alla mia cara moglie Clara Haber, Ph.D., in segno di gratitudine per la sua cooperazione silenziosa”.

Alla nascita del figlio Hermann, un bambino di scarsa salute che reclamò gran parte dell’attenzione della madre, nel poco tempo rimasto dal lavoro di casalinga, Clara organizzava conferenze pubbliche sul tema: “La chimica in cucina e nei lavori domestici”, destinate a istruire le donne sull’uso dei prodotti chimici di uso comune nelle abitazioni. Gli Haber divennero ricchi, ma Clara era molto scontenta del rapporto col marito e della sua vita relegata al ruolo di moglie e madre, così scrive al professor Habbeg: “È sempre stato il mio modo di pensare che una vita valga la pena di essere vissuta solo se si è fatto pieno uso di tutte le proprie abilità e si è cercato di vivere ogni tipo di esperienza che la vita umana ha da offrire. È stato sotto questo impulso, tra le altre cose, che ho deciso di sposarmi in quel momento, la gioia che ho avuto è stata molto breve e le ragioni principali sono il modo oppressivo di Fritz di mettersi al primo posto in tutto, così che una personalità meno spietatamente auto-assertiva è stata semplicemente distrutta.”

 

Allo scoppio della prima guerra mondiale, le ricerche del marito condussero all’invenzione di gas asfissianti che lo stesso mise a disposizione dell’industria bellica.

Clara cercò in tutti modi di dissuaderlo, ma senza successo. Haber aveva sintetizzato diversi gas a base di cloro, il più tristemente famoso è il cosiddetto “gas mostarda” (il tioetere del cloroetano) usato nella seconda battaglia di Yprès dai tedeschi sotto la supervisione di Haber il 22 aprile 1915, causando 5000 morti nei primi dieci minuti. Fu chiamato Iprite e fu la prima arma di distruzione di massa.

 

Haber celebrò il “successo” della battaglia di Yprès e la sua promozione al grado di capitano, durante un raduno nella sua villa il 1 maggio 1915.

Nella notte dal 1 al 2 maggio, Clara si suicidò sparandosi con la pistola di ordinanza del marito nel giardino della villa: il suo modo per dichiararsi “non complice dello sterminio”.

Il suicidio di Clara rimase in gran parte nell’ombra. Sei giorni dopo la sua morte, solo il giornale locale riferì che “la moglie del Dr. H. dei Servizi Segreti, attualmente al fronte, ha messo fine alla sua vita sparandosi. Le ragioni del gesto infelice della donna sono sconosciute.”

Prima della morte, Clara aveva scritto lettere in cui spiegava a lungo la sua decisione, ma scomparvero. In seguito Haber inventò anche lo Zyklon, che fu usato nelle camere a gas dei lager nazisti.

Herber vinse il Nobel per la Chimica, fu comunque perseguitato come autore di strage e per le leggi raziali.

 

 

 

Varie fonti web

 

 

Il ratto di Proserpina

Di Mimarosa Barresi

Gian Lorenzo Bernini, IL RATTO DI PROSERPINA, 1621-1622, Roma, Galleria Borghese.

 

Un ratto tutto siciliano qui di seguito proposto, quello di Proserpina da parte di Plutone, perpetrato nel cuore dell’isola, sulle rive del lago di Pergusa, nei pressi di Enna. La vicenda è nota, o meglio il mito, così come narrato da Claudiano e da Ovidio; ai quali Bernini si ispira chiamando i protagonisti alla latina. Persefone diventa Proserpina, Ade Plutone, Demetra Cerere, Zeus Giove. Scegliendo il momento più colmo di pathos (che gli consente di dar prova sublime del suo virtuosismo), Gian Lorenzo raffigura il fiero dio degli Inferi che, insensibile al dolore di Cerere, sta trascinando Proserpina nel regno dei morti. I muscoli sono contratti nello sforzo di contenere il giovane corpo di lei, che vigorosamente si divincola. Arcinoto e celebrato (e qui, in questo contesto, espressivo della brutalità del gesto) il particolare dell’affondo della mano di Plutone nella tenera (e sensuale per gli osservatori) carne della coscia della fanciulla.

Capolavoro fondamentale per la nascita del Barocco, questo gruppo scultoreo, il secondo dei quattro gruppi borghesiani, giusto in forza della sua potente bellezza e del citato dettaglio, uno dei più celebrati della storia dell’arte, lascia in secondo piano, perfino oblitera, il dramma che in realtà rievoca. Bernini aveva ventitré anni quando iniziò a lavorarvi ed amiamo pensare che parteggiasse, per così dire, più per la fanciulla che per il vecchio dio, che le recava oltraggio.

Proserpina si dimena, scalcia, colpisce il volto barbuto di Plutone e, se ci limitassimo a guardarla negli occhi, potremmo quasi aspettarci che riuscirà a liberarsi. Plutone, per altro, ostenta una espressione bramosa ed insieme affaticata. Ma il mito narra di un altro epilogo ed è quello che lo scultore è tenuto a raffigurare. Plutone resta ben piantato in terra e, tanto per non correre rischi, si è portato dietro l’implacabile Cerbero.

Gian Lorenzo non può che immortalare sul volto di lei un grido muto e disperato e la vergogna di essere stata denudata. Nonostante la immane presenza di Plutone, è Proserpina la protagonista con il suo terrore per la violenza che sta subendo e lo sconforto di fronte alla impossibilità di poter essere soccorsa. Grande Gian Lorenzo.

Artemisia: un nome un destino

Di Mimarosa Barresi

 

ARTEMISIA: UN NOME UN DESTINO.

Ma non è di Artemisia Lomi Gentileschi, tanto famosa in questi tempi quasi quanto una influencer, che parleremo oggi in occasione della Giornata Internazionale della Donna, bensì di una più antica Artemisia, Artemisia di Caria, morta nel 350 a.C., di cui molte fonti riferiscono con un taglio, per così dire, privilegiato, che mette sopra tutto in luce l’essere stata sorella e moglie del Satrapo di Caria Mausolo.

E proprio in relazione a Mausolo si ricorda di lei la edificazione, in memoria del marito morto (nel 353 a.C.) del famoso Mausoleo ad Alicarnasso, che fu annoverato, già dagli Antichi, fra le sette meraviglie del mondo.

Modello del MAUSOLEO, Brudum, Istituto di Archeologia Marina

 

Ed il nome di Artemisia a questa architettura è quasi esclusivamente collegato.

Non solo.

La letteratura e l’arte hanno eternato, di questa regina, anche la devozione e la fedeltà senza limiti (usque ad mortem o, se preferite, finché morte non ci separi), sancite da un morboso/macabro episodio: l’aver bevuto ella, disciolte in un liquido non ben identificato, le ceneri di Mausolo.

Francesco Furini, ARTEMISIA SI PREPARA A BERE LE CENERI DEL MARITO, 1630 ca.

 

In verità fonti cronologicamente più vicine, come qui quella che citiamo, il DE ARCHITECTURA di M. Vitruvio Pollione, evidenziano ben altro.

Vitruvio attribuisce a Mausolo, abbastanza ignorato dalla storiografia ufficiale, il progetto del Mausoleo, ma, quanto ad Artemisia, narra di un intervento militare contro i Rodiesi, ostili al suo essere, dopo la morte di Mausolo, a capo di tutti i territori del regno, con una invenzione, una strategia, che fanno impallidire lo stratagemma, altrettanto vincente, dell’omerico Cavallo di Troia.

Giocando, per così dire, con la sua flotta, un po’ come avevano fatto i Greci, nascondendosi ad arte dietro l’isola di Tenedo, Artemisia ha la meglio sugli abitanti di Rodi, che ne escono non solo sconfitti, ma anche umiliati. E per di più da una donna.

Wilhelm von Kaulbach, ARTEMISIA LA GUERRIERA (dettaglio da LA BATTAGLIA DI SALAMINA), 1868

 

Una donna che aveva partecipato, a fianco di Serse, di cui fu inascoltata consigliera, alla Guerra Persiana; ed Erodoto ne esalta la saggezza ed il “coraggio virile”.

 

E’ questa è l’Artemisia che ci piace: non una donna qualunque che, relegata nel suo pur lussuoso gineceo, coltiva inconsolabile (e con discutibili modalità) la memoria del marito morto.

Neppure è una regina qualunque e, meno che mai, una regina consorte, come una parte della posterità ha inteso ricordarla.

L’Artemisia che ci piace è quella vitruviana ed erodotea. E non solo perché oggi si celebra la Giornata Internazionale della Donna.

Per non dimenticare…

NON DIMENTICARE. DO NOT FORGET. NE PAS OUBLIER…

Di Mimarosa Barresi

Non è possibile, appunto, dimenticare le immagini crudeli ed insopportabili delle improbabili orchestrine di deportate inventate per rallegrare (?) aguzzini musicofili, di bambine fotografate un attimo prima di essere uccise con una puntura al cuore, di piccole compagne di sventure liete per aver condiviso una carota (una carota!). E la elencazione potrebbe continuare davvero e disgraziatamente all’infinito.
Poiché di solito ci occupiamo di donne, di donne vittime purtroppo, oggi, in occasione della Giornata della Memoria, passiamo dall’altra parte, ancora per ricordare, naturalmente, ma anche per celebrare altre donne, non più vittime ma eroiche salvatrici. Sono le tante annoverate fra i “Chasidei Umot HaOlam”, i “Giusti fra le Nazioni “, che -è noto- sono i non ebrei i quali, rischiando libertà e vita, hanno salvato anche un solo ebreo dalla Shoha.

        IL GIARDINO DEI GIUSTI a Milano       (inaugurato il 24 gennaio 2003)

Nessuna rivendicazione pseudo-femminista nel ricordare che un po’ più della metà dei “Giusti”, riconosciuti da Yad Vashem, sono donne.
Molte, ma non tutte, di esse sono state le protagoniste di una mostra voluta dal Memoriale Ebraico della Shoha, per non dimenticare, appunto, l’eroismo di donne che hanno perseguito il bene e praticato la solidarietà a costo della loro incolumità e, spesso, di quella dei propri familiari.
E non compaiono in questa rassegna solo personaggi famosi, bensì anche misconosciute eroine di ogni paese e stato sociale: principesse e donne delle pulizie, suore ed insegnanti…
Un universo femminile che, solo dopo la morte, è stato rivelato, spesso, anzi quasi sempre, per espressa ed esplicita volontà delle protagoniste.
E se proprio vogliamo fare un nome, per l’Italia la mostra di Yal Vashem presenta la madre superiora di un convento fiorentino, quello delle Pie Operaie di San Giuseppe, Suor Maria Agnese Tribbioli (1879-1965), che riuscì a nascondere la identità dei suoi protetti perfino alle sue consorelle.

 MARIA AGNESE TRIBBIOLI

È stata proclamata “Giusta” il 16 giugno 2009.
Tanto ci basti.
Per non dimenticare.

La “Pietà” di Jago, una lettura in chiave moderna

 

Di Mimmarosa Barresi

 

Nella iconografia cristiana Pietà è, come è noto, incarnata in una Madonna addolorata che sorregge o tiene fra le braccia il Figlio morto. Ricordo per tutte la sublime PIETÀ di Giovanni Bellini, conservata a Brera.
La più celebre di queste Pietà è tuttavia data dalla/dalle interpretazioni michelangiolesche, che tutti abbiamo negli occhi e nel cuore.
Ad esse ispirata, o piuttosto in deciso contrasto con le stesse, è la PIETÀ di Jacopo Cardillo , classe 1987, che, come nota Sgarbi, ha scelto per sé “il nome archetipico del più perverso dei personaggi shakespeariani”, ossia JAGO.
Jago, dunque, nel 2021 ha realizzato nel suo studio napoletano di Sant’Aspreno dei Crociferi, nel Rione Sanità, un gruppo scultoreo di grandi dimensioni (140 × 80 x 150 centimetri) raffigurante la ‘sua’ Pietà.


Esposta fino al 28 febbraio 2022 nella Basilica di Santa Maria in Montesanto , in Piazza del Popolo a Roma, l’opera michelangiolesca “sui generis” narra nel marmo una delle tragedie del nostro tempo.
Usiamo quale introibo quanto detto dal Rettore della Basilica suddetta Monsignor Walter Insero, il quale afferma con convinzione come non si tratti della riproposizione di un celeberrimo episodio biblico ma di “una rielaborazione in chiave moderna di un momento di raccoglimento e di dolore in cui l’umanità si è identificata per secoli “.


Ma… ma qui è un uomo, verosimilmente un padre, che accoglie su di sé il corpo definitivamente esanime di una giovane donna, una figlia, anzitempo sottratta, o meglio crudelmente strappata alla vita.
In questa Pietà au contraire, dunque, l’umanità sopraffatta dal male, fino a morirne, è rappresentata in questa giovane donna, che oggi, in questa triste ricorrenza del 25 Novembre, qui per noi ricorda la serie ininterrotta di femminicidi e di violenze senza rimedio, cui quotidianamente assistiamo pressoché impotenti.
E non vogliamo tacere del disperato dolore dei superstiti, che il volto dell’uomo, del padre rivela.

 


La fronte aggrottata, gli occhi serrati, la bocca stravolta in una smorfia, mentre le mani affettuose, pietose appunto, sorreggono il giovane corpo appoggiato sulla gamba sinistra. E non a caso egli è inginocchiato.
Forse, come è stato suggerito, c’è Wildt dietro questo ritratto dolente (che Jago afferma essere un suo autoritratto), ma c’è sopra tutto il riconoscimento e la manifestazione di un dramma personale e sociale, cui a volte sembriamo purtroppo tristemente assuefatti.

Ancora di Artemisia

Di Mimmarosa Barresi

 

Artemisia Gentileschi, AUTORITRATTO COME ALLEGORIA DELLA PITTURA, 1638-39, Londra, Kensington Palace.

 

 

Artemisia Gentileschi, ma Artemisia Lomi (come spesso si firma ella stessa cassando il secondo cognome) è diventata da tempo una degli artisti più celebrati e rievocati, e non solo dai c.d. addetti ai lavori.
La sua opera, e più la sua vita, sono state oggetto di attenzione da parte di romanzieri, registi e perfino di un largo pubblico di ‘profani ‘.
Tutto ciò a partenza dalle particolari e romanzesche, appunto, vicende della sua esistenza, con speciale (e vorremmo aggiungere morboso) riguardo al noto episodio dello stupro di cui fu vittima da fanciulla, con il corollario di un processo umiliante e crudele (fu anche sottoposta a tortura); cui tuttavia ella reagì con inusitato coraggio, così da superare, almeno in apparenza, il trauma dell’offesa subita e diventare, in forza della sua arte, una delle figure più significative nel panorama della pittura seicentesca.
Osiamo argomentare ex contrario che l’essere divenuta in alcuni ambiti, anche se a buon diritto, una icona del femminismo, pure di quello militante (con riferimento ad esempio alle “Gorilla Girls”), ha paradossalmente nuociuto alla sua fortuna critica, velando (e non sono le velature della Mandrediana Methodus) o addirittura obliterando il pregio e la unicità del suo gesto artistico.
Certo lo stupro subito segnò la sua vita è influenzò la fonte della sua creatività e delle sue invenzioni ( non avremmo potuto ammirare altrimenti opere come GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE -nelle due versioni napoletana e fiorentina-, per non parlare dell’ungherese ed ancor più cruenta GIAELE E SISARA).
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che nei sessanta anni della sua avventurosa esistenza Artemisia incontrò il gradimento di una committenza ricca e potente (anche fuori d’Italia), nonché il riconoscimento di colleghi e critici a lei contemporanei, tanto da essere ammessa alla Accademia delle Arti del Disegno, fiorentina e maschilistissima.
In verità, Artemisia Lomi Gentileschi assunse una autonomia ed un orgoglio quasi impensabili per l’epoca, perfino anacronistici. Ed è così che si ritrae nello splendido “selfie ” come ALLEGORIA DELLA PITTURA, dove anche la posa inusuale sottolinea il suo essere, e sentirsi, libera, emancipata, orgogliosamente artista e donna (che per i tempi non era cosa da poco).

 

Simon Vouet, RITRATTO DI ARTEMISIA GENTILESCHI, 1623 ca., Pisa, Palazzo Blu.

 

Lo stesso messaggio in uno dei ritratti per così dire ufficiali della pittrice, realizzato nel 1623 ca. da Simon Vouet, anch’egli figlio d’arte, giramondo, amato dai potenti, nonché creatore nella natia Francia di una accademia di disegno, non a caso con il determinante contributo della moglie e pittrice Virginia Vezzi.

Quella macchia rossa sul volto de ” Le Mémoire”

Di Mimmarosa Barresi

 

René Magritte, Le Mémoire, 1948, Bruxelles, Coll. della Fédération Wallonie.

 

 

Nel 1948 René Magritte, insieme con Salvador Dalì uno dei più famosi e surreali Surrealisti, inizia a produrre una serie di dipinti, praticamente uguali fra loro, tranne che per alcuni dettagli, dal titolo comune Le Mémoire.

La testa di una statua, neoclassicisticamente bianchissima, pettinata all’antica e con un accenno di leonardesco sorriso, è posta su un davanzale. Sullo sfondo paesaggi e cieli azzurri, diversi nelle diverse versioni del dipinto.

 

Nella più celebre il fondale è una distesa di azzurro delimitata da un pesante drappo, una tenda rosso-bordeaux.

A destra della testa (a sinistra per l’osservatore) quello che è stato identificato in un sonaglio (‘accessorio’ ricorrente nei quadri di Magritte) ed una foglia appena appassita ma ancora verde.

Una “still life”, ovvero, in italiano, una natura morta, dove però di vivo c’è una chiazza di sangue che sgorga dal sopracciglio destro.

Delle molteplici interpretazioni date a questo dettaglio (che poi dettaglio non è!) già lo stesso Magritte esclude che “la macchia di sangue può suggerire in noi la supposizione che la persona di cui vediamo il viso sia stata vittima di un incidente mortale”.

Ma la negazione è notoriamente uno degli artifici utilizzati dai Surrealisti per innescare nell’osservatore pensieri e sentimenti au contraire.

Ci piace, e siamo dunque autorizzati, in questo contesto, in memoria, appunto, e per omaggio alle donne -non statue- vittime di soprusi e violenze, pensare che sia proprio il sangue innocente di qualcuna delle tante quotidianamente offese.

Una macchia scarlatta e inequivocabile, che rende impossibile l’abbandono del ricordo di tante efferatezze.

Una ferita che non può essere sepolta nella memoria o racchiusa nell’ermetico contenitore di una testa di pietra.

Conoscete la sorella di Icaro?

Di Mimmarosa Barresi

André Masters e CJ Munn, ICARUS HAD A SISTER.

Ebbene sì, Icaro aveva una sorella; come ci informano Masters e Munn con questa straordinaria opera, che lascia davvero senza fiato. Dal tema classico, variamente celebrato dagli artisti di ogni epoca, gli autori hanno derivato uno spunto, una ispirazione, che ci fa collocare qui questa scultura e dedicarla a tutte le donne, perseguitate e non.

André Masters e CJ Munn, ICARUS HAD A SISTER, 2004, scultura polimaterica.

 

 

Ritratta di spalle è infatti una donna che si appoggia ad un supporto orizzontale, dal quale probabilmente prenderà il volo, come lasciano presupporre le splendide ed imponenti ali già spiegate.

Al di sotto, dalla parete, spuntano i piedi ancora incrociati. Similmente alle belle mani ben aderenti al supporto, questi piedi, altrettanto ben fatti, esprimono l’attesa della decisione, ma forse anche la concentrazione, che precedono il momento catartico del decollo.

Qual è il significato dell’opera?

Masters e Munn spiegano: “È una forma minimalista che mostra sia la fragilità della forma femminile, ma anche la forza per un primo volo. […] È sul precipizio, pronta a fare un salto nel futuro”.

Per il suo significato e per la straordinaria innovazione tecnica la SORELLA DI ICARO ha vinto il premio “Rising Star” al Global 3D Orints Awards 2013.

L’opera infatti è stampata in 3D, ma non interamente. È un ibrido che vede lavorare acciaio, quarzo, rame, ferro, ardesia, resina, oltre che 30 micron di materiale per la stampa in 3D.

 

Il corpo ed i piedi dislocati, come sopra detto, sono il risultato del calco naturale al quarzo scintillante di una modella (Louise Banks). La base, per finire, è uno splendido pezzo di ardesia multicolore.

Masters e Munn con la Sorella di Icaro.

 

 

A tal proposito ancora gli Autori: “…è stata costruita [l’opera] per creare oggetti di bellezza e stupore che finora era impossibile costruire nel mondo reale”.

Una sfida dunque. Sia quella concreta, materiale di Masters e Munn, sia quella ideale della Sorella di Icaro. Per dire alle donne, anche a quelle che non hanno fratelli: “Resistete, concentratevi e…prendete il volo “.

San Sebastiano (il nostro Patrono) e altre effigi.

A PROPOSITO DI FRECCE
dedicato a San Sebastiano.
Di tutte le effigi bi e tridimensionali che raffigurano e celebrano San Sebastiano nella chiesa cittadina a Lui dedicata (Basilica Minore di San Sebastiano appunto) la più nota e venerata è certamente la statua lignea settecentesca ospitata e protetta nella elegante nicchia del transetto meridionale.

Nicolò o Nicola Mancusi, SAN SEBASTIANO, 1798 ca.,
Barcellona Pozzo di Gotto, Basilica Minore di San Sebastiano.

 

Tale statua del Santo, com’è noto Bimartire, fu realizzata alla fine del XVIII secolo dallo scultore (al tempo c.d. “statuario”) Nicolò o Nicola Mancusi da Messina.
L’iter, per altro faticoso, della realizzazione, ricostruito con diligenza dagli storici locali (si cita per tutti Filippo Imbesi), ha inizio con la volontà di sostituire un antico simulacro assai deperito; ed è un sacerdote artista, Antonino Vescosi, a dare il disegno della statua, per la quale si richiede l’aggiunta di particolari accessori suntuari; cioè sei frecce ed una aureola in argento.
Lo scultore incaricato, nel gennaio del 1798, probabilmente in occasione della festa liturgica dedicata, invia l’opera via mare, da Messina a Barcellona con approdo a Milazzo.
Ma per i committenti il volto del Santo non è convincente, non ha una espressione conveniente etc.
Da qui una serie di aggiustamenti che comportano addirittura la venuta, a più riprese, ed il soggiorno di Mancusi a Barcellona.
Ma non è con queste brevi note che desideriamo rendere omaggio al Protettore della città (ed invitiamo anzi chi lo desiderasse a consultare per notizie più dettagliate le carte dell’Archivio Parrocchiale di San Sebastiano di Barcellona Pozzo di Gotto). Piuttosto gli offriamo una curiosità, non inedita comunque, che ad un Santo ‘superstar’ , come Egli è stato, almeno nella tradizione iconografica, potrebbe risultare gradita.

E torniamo alle frecce.

In particolare a quella che nella statua di Mancusi perfora l’addome all’altezza e a destra dell’ombelico. A questa accostiamo un’altra freccia, assai più famosa, perché conficcata nel corpo del San Sebastiano del ‘nostro’ Antonello da Messina (1478), conservata a Dresda nella Gemaldegalerie.

Antonello da Messina, SAN SEBASTIANO, 1478, Dresda, Gemaldegalerie.

 

Daniel Arasse, Storico dell’Arte, in un saggio pubblicato postumo (2004), rende conto di una sua scoperta riguardante, appunto, una delle frecce che trafiggono il corpo del Santo antonelliano.
In seguito ad una indagine approfondita, condotta con strumenti sofisticati, pare che l’ombelico, posto a destra (per chi guarda) del punto di impatto della ferale freccia, sia un occhio. “Non che somigliasse ad un occhio -precisa Arasse- era un occhio”.

Antonello da Messina, SAN SEBASTIANO, Dettaglio

 

Lo storico scopritore di tale, per così dire, eccentricità non fornisce una spiegazione; ma in seguito, considerando i debiti riconosciuti di Antonello nei riguardi di Andrea Mantegna, si è supposto che a monte di tutto vi sia un intenzionale omaggio del messinese al maestro mantovano; con riferimento agli affreschi di quest’ultimo per la decorazione della Cappella Ovetari nella Chiesa degli Eremitani a Padova.

Andrea Mantegna, MARTIRIO E TRASOORTO DI SAN CRISTOFORO, Dettaglio, 1454-1457, Padova, Chiesa degli Eremitani, Cappella Olivetari.

 

Qui, nella parte sinistra dell’affresco, ispirandosi alla LEGENDA AUREA di Jacopo da Varagine, Andrea raffigura due frecce di quelle indirizzate contro il corpo di Sebastiano, delle quali una resta sospesa a mezz’aria, mentre l’altra si infila incredibilmente nell’occhio del malvagio tiranno che ha ordinato il supplizio.
Un freccia nell’occhio, dunque. Una per Antonello ed una per Andrea.
Una sorta di citazione o un omaggio al Maestro da parte dell’ammiratore ed emulo isolano?
Sarà vero?
Forse non lo sapremo mai.
A chi legge la scelta di crederci o meno.
Intanto buona festa di San Sebastiano.

Solo per amore, 25 Novembre

 

Di Mimmarosa Barresi

Toujours le 25 novembre. Della serie SOLO PER AMORE.

 

F.G. Gau, Th. Ballo e G. Eiffel, Basilique Sainte-Clotilde-et-
Valère, Parigi 1846-59

 

Valeria di Limoges, santa e martire e cefalofora cristiana, visse a Limoges, appunto, nel III secolo dopo Cristo.

Si potrebbe inferire, data l’epoca, che ella sia stata vittima delle spietate persecuzioni di Galerio e/o di Diocleziano. Valeria morì invece per mano del futuro marito. Perciò la ricordiamo qui.

La storia della sua vita è considerata affatto leggendaria, ma le reliquie di una Santa Valeria erano oggetto di venerazione a Limoges prima dell’anno 1000.

CASSETTA RELIQUIARIO di SANTA VALERIA, Limoges, 1170-1180, smalto champlevé su rame dorato, San Pietroburgo, Museo Ermitage.

 

Valeria, dunque, è promessa ad un giovane pagano ed è pagana ella stessa. Il fidanzato parte per la guerra e, durante la sua assenza, la ragazza viene convertita al Cristianesimo dal vescovo Marziale (poi santo a sua volta), che fu tra i primi evangelizzatori della Gallia.

Dopo il battesimo Valeria dona tutti i suoi beni ai poveri e soprattutto fa voto di verginità .

Quando il promesso sposo torna dalla guerra, ella lo prega di dimenticarla poiché il suo cuore è già di un Signore ben più potente.

L’uomo, però, non le consente di spiegare oltre, trae la spada e le.mozza di netto la testa.

Ed ecco il miracolo (al quale crediamo “quia absurdum”): il corpo di Valeria si solleva da terra, raccoglie il capo e lo porta a Marziale.

 

GIOVANNI ANTONIO GALLI detto Lo Spadarino, SANTA VALERIA CEFALOFORA, 1629-32, Roma, San Pietro, Sala Capitolare.

Il fidanzato, stravolto dall’accaduto e, immaginiamo, sufficientemente terrorizzato, corre a gettarsi in lacrime ai piedi del vescovo, al quale chiede perdono.

Dopo una lunga (ma non mai abbastanza) penitenza, viene perdonato e riceve persino il battesimo.

A tal proposito troviamo scritto “Si riunisce così, in una sorta di mistico fidanzamento, alla fanciulla amata e perduta” (cfr. www. santiebeati.it).

Perduta?

Amata?

È l’alibi, il solito alibi alla radice di ogni femminicidio.

Nel III secolo dopo Cristo come ai nostri giorni.

Purtroppo.

P.S.: Ricostruisce la storia di Valeria un libretto risalente VALERIA O LA VERGINE DI LIMOGES dell’abate Lascaux, tradotto in italiano da Giovan Battista Ulisse nel 1939 per la Pia Società San Paolo.