La storia di Clara Immerwahr

Di NG

Clara Immerwahr (1870 – 1915)

 

 

Nata in Slesia da una ricca famiglia ebrea ereditò dal padre la passione per la Chimica, ma le scuole per ragazze si occupavano solo di preparare le fanciulle ad essere brave donne di casa.

Quindi dovette prendere lezioni private e tramite dei permessi speciali le fu concesso di partecipare come uditrice alle scuole superiori che erano unicamente riservate ai maschi.

Fu la prima donna in Germania a laurearsi in Chimica  e successivamente ottenne anche il dottorato. Il Professor Habbeg suo insegnante la volle come aiutante nel suo laboratorio e a lui si deve anche la partecipazione di Clara alla pubblicazione di alcuni articoli scientifici.

Un secondo incontro con Fritz Haber,  brillante chimico, di famiglia ebrea, a cui Clara rifiutò la richiesta di matrimonio, ai tempi delle superiori, poiché la di lei priorità era studiare e diventare indipendente, fu decisivo. Haber l’ illuse che avrebbero lavorato insieme come la contemporanea coppia dei Curie.

Ma l’ illusione durò ben poco. Inizialmente, collaborava alle sue ricerche come si deduce dalle dediche sui testi che lui pubblicava: “Alla mia cara moglie Clara Haber, Ph.D., in segno di gratitudine per la sua cooperazione silenziosa”.

Alla nascita del figlio Hermann, un bambino di scarsa salute che reclamò gran parte dell’attenzione della madre, nel poco tempo rimasto dal lavoro di casalinga, Clara organizzava conferenze pubbliche sul tema: “La chimica in cucina e nei lavori domestici”, destinate a istruire le donne sull’uso dei prodotti chimici di uso comune nelle abitazioni. Gli Haber divennero ricchi, ma Clara era molto scontenta del rapporto col marito e della sua vita relegata al ruolo di moglie e madre, così scrive al professor Habbeg: “È sempre stato il mio modo di pensare che una vita valga la pena di essere vissuta solo se si è fatto pieno uso di tutte le proprie abilità e si è cercato di vivere ogni tipo di esperienza che la vita umana ha da offrire. È stato sotto questo impulso, tra le altre cose, che ho deciso di sposarmi in quel momento, la gioia che ho avuto è stata molto breve e le ragioni principali sono il modo oppressivo di Fritz di mettersi al primo posto in tutto, così che una personalità meno spietatamente auto-assertiva è stata semplicemente distrutta.”

 

Allo scoppio della prima guerra mondiale, le ricerche del marito condussero all’invenzione di gas asfissianti che lo stesso mise a disposizione dell’industria bellica.

Clara cercò in tutti modi di dissuaderlo, ma senza successo. Haber aveva sintetizzato diversi gas a base di cloro, il più tristemente famoso è il cosiddetto “gas mostarda” (il tioetere del cloroetano) usato nella seconda battaglia di Yprès dai tedeschi sotto la supervisione di Haber il 22 aprile 1915, causando 5000 morti nei primi dieci minuti. Fu chiamato Iprite e fu la prima arma di distruzione di massa.

 

Haber celebrò il “successo” della battaglia di Yprès e la sua promozione al grado di capitano, durante un raduno nella sua villa il 1 maggio 1915.

Nella notte dal 1 al 2 maggio, Clara si suicidò sparandosi con la pistola di ordinanza del marito nel giardino della villa: il suo modo per dichiararsi “non complice dello sterminio”.

Il suicidio di Clara rimase in gran parte nell’ombra. Sei giorni dopo la sua morte, solo il giornale locale riferì che “la moglie del Dr. H. dei Servizi Segreti, attualmente al fronte, ha messo fine alla sua vita sparandosi. Le ragioni del gesto infelice della donna sono sconosciute.”

Prima della morte, Clara aveva scritto lettere in cui spiegava a lungo la sua decisione, ma scomparvero. In seguito Haber inventò anche lo Zyklon, che fu usato nelle camere a gas dei lager nazisti.

Herber vinse il Nobel per la Chimica, fu comunque perseguitato come autore di strage e per le leggi raziali.

 

 

 

Varie fonti web

 

 

Anna Scaglione “8 Marzo”

Della

Dott.ssa Anna Scaglione

Psicoterapeuta cognitivo comportamentale

 

Finché una sola donna dovrà portare addosso il peso delle ingiurie per le scelte che ha fatto, per il lavoro che svolge, per come si veste, per chi si sveste…

Finché ad un colloquio di lavoro invece di guardare il curriculum noteranno le sue misure, o invece di chiedere gli obiettivi chiederanno se “intende avere figli”…

Finché qualcuno si sentirà in diritto di stuprarmi perché ho una gonna troppo corta, perché sono ubriaca o fatta e qualcun’altro mi dirà che “me la sono cercata”…

Finché qualcuno baratterà con fiori i lividi che mi ha fatto e la violenza che ha perpetrato e parlerà di me come una sua proprietà.

Finché userò il mio corpo o i miei figli per manipolare chi un tempo dicevo di amare..

E fino a quando avrò bisogno di un giorno affinché si parli di femminicidio, di uguaglianza, di rispetto, c’è davvero poco da festeggiare.

Anna

#donna #8marzo #perledonne #ildirittodicontare #femmine #noviolence #noviolenzasulledonne #rispetto #nellastanzadellapsicoterapia #nonsonodinessuno

Per non dimenticare…

NON DIMENTICARE. DO NOT FORGET. NE PAS OUBLIER…

Di Mimarosa Barresi

Non è possibile, appunto, dimenticare le immagini crudeli ed insopportabili delle improbabili orchestrine di deportate inventate per rallegrare (?) aguzzini musicofili, di bambine fotografate un attimo prima di essere uccise con una puntura al cuore, di piccole compagne di sventure liete per aver condiviso una carota (una carota!). E la elencazione potrebbe continuare davvero e disgraziatamente all’infinito.
Poiché di solito ci occupiamo di donne, di donne vittime purtroppo, oggi, in occasione della Giornata della Memoria, passiamo dall’altra parte, ancora per ricordare, naturalmente, ma anche per celebrare altre donne, non più vittime ma eroiche salvatrici. Sono le tante annoverate fra i “Chasidei Umot HaOlam”, i “Giusti fra le Nazioni “, che -è noto- sono i non ebrei i quali, rischiando libertà e vita, hanno salvato anche un solo ebreo dalla Shoha.

        IL GIARDINO DEI GIUSTI a Milano       (inaugurato il 24 gennaio 2003)

Nessuna rivendicazione pseudo-femminista nel ricordare che un po’ più della metà dei “Giusti”, riconosciuti da Yad Vashem, sono donne.
Molte, ma non tutte, di esse sono state le protagoniste di una mostra voluta dal Memoriale Ebraico della Shoha, per non dimenticare, appunto, l’eroismo di donne che hanno perseguito il bene e praticato la solidarietà a costo della loro incolumità e, spesso, di quella dei propri familiari.
E non compaiono in questa rassegna solo personaggi famosi, bensì anche misconosciute eroine di ogni paese e stato sociale: principesse e donne delle pulizie, suore ed insegnanti…
Un universo femminile che, solo dopo la morte, è stato rivelato, spesso, anzi quasi sempre, per espressa ed esplicita volontà delle protagoniste.
E se proprio vogliamo fare un nome, per l’Italia la mostra di Yal Vashem presenta la madre superiora di un convento fiorentino, quello delle Pie Operaie di San Giuseppe, Suor Maria Agnese Tribbioli (1879-1965), che riuscì a nascondere la identità dei suoi protetti perfino alle sue consorelle.

 MARIA AGNESE TRIBBIOLI

È stata proclamata “Giusta” il 16 giugno 2009.
Tanto ci basti.
Per non dimenticare.

La “Pietà” di Jago, una lettura in chiave moderna

 

Di Mimmarosa Barresi

 

Nella iconografia cristiana Pietà è, come è noto, incarnata in una Madonna addolorata che sorregge o tiene fra le braccia il Figlio morto. Ricordo per tutte la sublime PIETÀ di Giovanni Bellini, conservata a Brera.
La più celebre di queste Pietà è tuttavia data dalla/dalle interpretazioni michelangiolesche, che tutti abbiamo negli occhi e nel cuore.
Ad esse ispirata, o piuttosto in deciso contrasto con le stesse, è la PIETÀ di Jacopo Cardillo , classe 1987, che, come nota Sgarbi, ha scelto per sé “il nome archetipico del più perverso dei personaggi shakespeariani”, ossia JAGO.
Jago, dunque, nel 2021 ha realizzato nel suo studio napoletano di Sant’Aspreno dei Crociferi, nel Rione Sanità, un gruppo scultoreo di grandi dimensioni (140 × 80 x 150 centimetri) raffigurante la ‘sua’ Pietà.


Esposta fino al 28 febbraio 2022 nella Basilica di Santa Maria in Montesanto , in Piazza del Popolo a Roma, l’opera michelangiolesca “sui generis” narra nel marmo una delle tragedie del nostro tempo.
Usiamo quale introibo quanto detto dal Rettore della Basilica suddetta Monsignor Walter Insero, il quale afferma con convinzione come non si tratti della riproposizione di un celeberrimo episodio biblico ma di “una rielaborazione in chiave moderna di un momento di raccoglimento e di dolore in cui l’umanità si è identificata per secoli “.


Ma… ma qui è un uomo, verosimilmente un padre, che accoglie su di sé il corpo definitivamente esanime di una giovane donna, una figlia, anzitempo sottratta, o meglio crudelmente strappata alla vita.
In questa Pietà au contraire, dunque, l’umanità sopraffatta dal male, fino a morirne, è rappresentata in questa giovane donna, che oggi, in questa triste ricorrenza del 25 Novembre, qui per noi ricorda la serie ininterrotta di femminicidi e di violenze senza rimedio, cui quotidianamente assistiamo pressoché impotenti.
E non vogliamo tacere del disperato dolore dei superstiti, che il volto dell’uomo, del padre rivela.

 


La fronte aggrottata, gli occhi serrati, la bocca stravolta in una smorfia, mentre le mani affettuose, pietose appunto, sorreggono il giovane corpo appoggiato sulla gamba sinistra. E non a caso egli è inginocchiato.
Forse, come è stato suggerito, c’è Wildt dietro questo ritratto dolente (che Jago afferma essere un suo autoritratto), ma c’è sopra tutto il riconoscimento e la manifestazione di un dramma personale e sociale, cui a volte sembriamo purtroppo tristemente assuefatti.