Le diatribe esterofile su Dante

Di Umberto Fantuzzo

VIETATE LA DIVINA COMMEDIA: L’INFERNO DANTESCO E’ RAZZISTA
La commissione Gherusch92, un équipe di esperti, letterati, professionisti e ricercatori con ruolo di consulenza per il consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite, ha recentemente biasimato il poema dantesco ritenendolo nella sostanza , nel lessico e nei contenuti lesivo, pernicioso e discriminante.
La presidente del gruppo di consulenza ONU, signora Valentina Sereni, nel corso della conferenza stampa in data 12 marzo 2012, esponendo nei dettagli i motivi dell’aspra critica sulla divina commedia, ha affermato che la commissione Gherusch 92, dopo aver operato una capillarmente approfondita analisi valutativa del poema dantesco, abbia emesso verdetto negativo nel precipuo intento di proporre l’interdizione dello studio della divina commedia nelle scuole secondarie superiori in Italia, in quanto ritenuta pedagogicamente inquinante per le sue negative componenti di tipo razzista, antisemita, omofoba e islamofoba.
La Valentina Sereni nel corso della sua dichiarazione sostiene che da numerosi decenni, conformemente ai vigenti programmi ministeriali , il poema dantesco viene dogmaticamente propinato, senza adeguata epurazione del testo poetico, a giovani studenti, i quali, non disponendo di alcuna capacità critica, sarebbero esposti ad un’ ipotetica manipolazione culturale con possibile effetto di deformazione etica, che causalmente determinerebbe l’insorgenza di attitudini e qualità umane deleterie di matrice xenofoba che potrebbero tramutarsi in atteggiamenti di odio e repellenza per il diverso.
La commissione culturale ONU, criticando con particolare enfasi la prima cantica del poema: “l’inferno”, legittima il suo giudizio negativo sul capolavoro dantesco con inequivocabile riferimento alla collocazione di figure storiche di primo piano, appartenenti ai più svariati gruppi sociali, culturali, religiosi ed etnici, nell’inferno.
I motivi più salienti che hanno ulteriormente indotto il gruppo di cultori Gerusch92 alla censura della divina commedia sono da imputare ai celebri protagonisti storici, sia reali che mitologici, ubicati nelle orribili località dell’inferno caratterizzate dalle più cruente sofferenze che l’immaginazione umana abbia mai potuto concepire, elemento rilevante sul quale il drappello di cultori ONU ha sollevato il dito indice in segno di repulsione e sdegno per il poeta, ritenendo la sua produzione letteraria opera satanica e come tale esageratamente inumana , a tratti perversa e riprovevole.
L’ ingenerosa disapprovazione, che pesantemente gravita sulla divina commedia, intenzionalmente concertata dall’organizzazione accreditata presso l’ONU, reperisce le sue fondamenta nei seguenti spazi dell’inferno in attinenza alle tipologie di colpe con le rispondenti pene, nello specifico:
-canto XIV, nel terzo girone trovano posto i violenti contro Dio e i sodomiti, destinati ad una corsa perenne sotto una pioggia di fuoco, per tale ragione il poema viene definito omofobo;

– nella terza bolgia, riportata nel canto XIX, vengono collocati i “ Simoniaci”, con riferimento alla Bibbia in Atti cap. 8 vv. 18-20 dove si narra di un certo Simone che cercò di comprare dall’apostolo Pietro il potere di trasmettere le virtù dello Spirito Santo, luogo in cui Dante, accompagnato dalla sua guida Virgilio, incontra il suo acerrimo avversario papa Bonifacio VIII, Carlo d’ Angiò e Costantino I; in quest’ambito infernale i residenti vengono puniti con i piedi in fiamme e la testa in giù conficcata in fossi , lentamente schiacciati nelle viscere del terreno; per la sua originale vendetta contro Bonifacio VIII Dante viene ritenuto anti-papalino;
-l’ottava bolgia, per i consiglieri fraudolenti che bruciano all’interno di fiamme a forma di lingue, è il luogo nel quale Dante ha possibilità di conferire con Ulisse avvolto da un’unica fiamma biforcuta. Canti XXVI e XXVII per i quali il poeta verrebbe considerato anti-epico e conseguentemente anti-omerico;
-nella nona bolgia risiedono scismatici e seminatori di discordia, che vengono straziati e mutilati a colpi di spada con ferite che rimarginano prima di venire ripetutamente colpiti dai demoni; in questa sede, illustrata nei canti XXVIII e XXIX, il poeta incontra Maometto e il suo successore Ali’ Abi Talib; per l’ubicazione del profeta nell’inferno il genio fiorentino viene stigmatizzato islamofobo.
– ultimando il suo itinerario poetico-spirituale della prima cantica Inferno, Dante perviene nell’infero ambito dove sono stati posti i traditori dei benefattori, la cui pena consiste nella totale sommersione nel ghiaccio; tale sede di sofferenza infernale, per effetto deonomastico,consegue l’appellativo ”GIUDECCA” che scaturisce dal più famigerato protagonista dell’inferno GIUDA ISCARIOTA, l’apostolo che rinnegò Gesù per la sua cupidigia di trenta denari; un personaggio storico che Dante incontra volutamente per avere una breve conversazione prima di imbattersi con Lucifero.
Dal nome GIUDA etimologicamente scaturirebbe la denominazione “giudeo”, etimo, che conformemente all’esegesi filologica della cultura cattolica e non dantesca, acquisisce una connotazione semanticamente pessima, essendo l’Iscariota la raffigurazione storica del traditore del suo divino Maestro.
Per questa ragione l’epiteto giudeo , conformemente ad un antico pregiudizio implicante l’identità di una tipologia umana etichettata da avidità di denaro, tirchieria, e falsità, per antonomasia diviene dispregiativo e lesivo nei confronti dei cittadini della nazione d’Israele.
Il canto XXXIV, illustrando la scena infernale del nono cerchio ruotante intorno al personaggio storico Giuda, viene tacciato di antisemitismo.
La recente proposta di espungere la divina commedia dai programmi ministeriali e conseguentemente la sua interdizione didattica da parte dell’organizzazione “no profit” Gerusch92, promotrice del progetto internazionale “Human Diversity and Peace” nonché consulente culturale presso il consiglio economico e sociale delle Nazione Unite, ha semplicemente del ridicolo e mettendo alla gogna un capolavoro che oltre ad avere offerto genesi alla nostra lingua nazionale, il poema dantesco costituisce la somma vetta del patrimonio culturale dell’umanità, un valore assoluto che la presidente e l’intera eletta schiera di “scienziati” ignorano per incompetenza culturale.
L’opera dantesca nel corso dei secoli nella sua esemplarità di elegia poetica, fungendo da orientamento culturale per numerosi poeti e scrittori di tutti i tempi e di tutto il globo, ha ottenuto apprezzamento e riconoscimento da una massiccia critica letteraria nazionale, europea e dei restanti continenti, elevandola a dignità di lirica metafisica di assoluto primato mondiale.
La figura poetica di Dante, rappresenta la pietra miliare per la formazione di una coscienza letteraria europea, in quanto precursore di un’identità culturale del vecchio continente, la cui edificazione sulla sua scia è stata proseguita ed ultimata dai più eletti poeti e scrittori continentali come Goethe, Shakespeare, Kafka, Cervan e Thomas Mann: identità culturale europea realizzata prima ancora di quella economica, politica e monetaria, costituendone una premessa storica essenziale.
La maestosa creazione letteraria nelle fattispecie della divina commedia, è stata consapevolmente concepita da Dante Alighieri con ben definita finalità di sollecitare i suoi contemporanei e posteri ad operare moralmente a esclusivo beneficio della collettività nel comune impegno quotidiano alla ricerca del massimo fattore di ordine metafisico.
In tale contesto risulta evidente che censurare per omofobia, antisemitismo e razzismo l’opera dantesca è assolutamente arbitrario, intellettualmente incoerente e culturalmente misero; pertanto sarebbe opportuno rilevare in questa sede che tutti i geni di qualsiasi ambito dello scibile scientifico sono entità umane del loro momento storico e conseguentemente, per esigenze di obiettività valutativa, ogni loro opera letteraria andrebbe analizzata inserendola nel suo contesto cronologico-culturale in cui la medesima è stata creata.
La terzina, versi 118-120 canto XXVI, che il poeta lascia proferire a Ulisse durante la sua breve tregua nell’ottava bolgia dell’inferno:
“considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma a seguir virtù e conoscenza”, rivela, in chiave esplicita, il seguente messaggio etico: “ contemplate la nobiltà della vostra natura e genesi, che costantemente vi solleciterà al compimento di azioni virtuose le quali nel corso del vostro itinerario terreno vi indurranno all’acquisizione di una crescente consapevolezza morale di ciò che è bene, giusto e del metafisico”; sublime esortazione che Dante ha intenzionalmente voluto inoltrare a tutti gli uomini di buona volontà.
L’enunciato lirico summenzionato conferma l’elevata valenza educativa della poetica metafisica dantesca universalmente confermata dal letterato Primo Levi nella sua opera “Se questo è un uomo”; dallo scrittore americano Thomas Steams Eliot in “Essay on Dante” e poeticamente ammirata da Bertold Brecht nella sua estetica di epica teatrale.
In tutta umiltà, personalmente proporrei alla signora presidente Valentina Sereni “and company” che sarebbe più indicato per la loro competenza nella funzione di consulente ONU di auspicare una riedizione umana del genio Dante per concepire un aggiornamento del suo inferno con potenziamento della capacità ricettiva con l’aggiunta di un decimo cerchio con due bolge da adibire a due moderne tipologie di peccato mortale, inedite al tempo di Dante, attualmente costumanze molto diffuse nel mondo.
Articolo di Umberto Fantauzzo

Jack lo squartatore nel dipinto di George Grosz

Di Mimmarosa Barresi

È SEMPRE IL 25 NOVEMBRE.

George Grosz, JOHN L’ASSASSINO, 1918, Amburgo, Kunsthalle. A cavallo fra le due guerre mondiali Grosz interpreta la pittura tedesca fra il Dadaismo, di cui fu esponente e caposcuola, e la iconoclastia del regime nazista, cui fu avverso (come già era stato fieramente contrario al primo conflitto mondiale). Da qui la visione distorta e caricaturale, ma insieme dolente ed empatica, delle vicende e dei protagonisti del suo tempo. In quegli anni un proliferare di delitti sessuali, fra i quali quelli, resi famosi dalla stampa, di Jack così detto lo squartatore ; che è poi il John ritratto da Grosz. In questa opera egli indugia su particolari macabri, quali la testa quasi decapitata della donna e le evidenti amputazioni. Il colore ha la sua parte: dal rosa al rosso sangue per la vittima, nero e giallo acido per l’assassino, che fugge, o semplicemente si allontana, dopo aver lasciato un ambiguo mazzo di fiori (una scusa per avvicinare la donna o un omaggio irridente e crudele dopo la sua uccisione?). L’assurda deformazione prospettica, il ‘solito’ trattamento caricaturale dei volti e dei corpi confermano l’intento di Grosz di descrivere, testimoniare, una società crudele e sanguinaria, nelle quale, ancora una volta, le donne sono vittime predestinate.

Storia della Passiflora

Foto del giardino delle “Meraviglie di Santina”

LA LEGGENDA DELLA PASSIFLORA, IL FIORE CHE RACCHIUDE IL MISTERO DELLA CROCE

Tanto tanto tempo fa, la primavera fece balzare dalle Tenebre verso la Luce tutte le piante della Terra, e tutte fiorirono come per incanto.

Solo una pianta non udì il richiamo della primavera, e quando finalmente riuscì a rompere la dura zolla di terreno, la primavera era già lontana…

– Fa’ che anch’io fiorisca, o Signore! – pregò la piantina.
– Tu pure fiorirai – rispose il Signore.
– Quando? – chiese con ansia la piccola pianta senza nome.
– Un giorno… – e l’occhio di Dio si velò di tristezza.

Era ormai passato molto tempo, la primavera anche quell’anno era venuta e al suo tocco le piante del Golgota avevano aperto i loro fiori.

Tutte le piante, fuorché la piantina senza nome.

Il vento portò l’eco di urla sguaiate, di gemiti, di pianti: il Figlio dell’Uomo avanzava fra la folla urlante, curvo sotto la croce, aveva il volto sfigurato dal dolore e dal sangue…

– Vorrei piangere anch’io come piangono gli uomini – pensò la piantina con un fremito.

Gesù in quel momento le passava accanto, e una lacrima mista a sangue cadde sulla piantina pietosa…

Subito sbocciò un fiore bizzarro, che portava nella corolla gli strumenti della passione: una corona, un martello, dei chiodi…

… era la Passiflora, il fiore della Passione.

fonti web

Architettura: la lesena di Via Umberto I

Di Mimmarosa Barresi

Leone Savoja, CHIESA DI SAN FILIPPO NERI, 1840-1860 ca., Barcellona Pozzo di Gotto.

In via Umberto I, superata l’antica piazza di San Sebastiano, in direzione Nasari, sul lato sinistro della strada, appena dopo l’angolo, ecco una lesena corinzia, quella che Leon Battista Alberti riteneva l’esito dello schiacciamento di una colonna contro la parete ; con tanto di capitello corinzio, ovviamente, dall’inconfondibile abaco falcato con cimazio, ornato da un fiore centrale che distingue le due volute laterali, sostenute da foglie di acanto. Al di sotto del fiore si attorcono due volute minori, dette elici, sostenute da altre foglie. Il tutto prende origine da un boccio vegetale, il caulicolo. Questa porzione appiattita di capitello poggia sul corpo della lesena, che a sua volta poggia su una canonica base attica (piuttosto che sulla ‘sua’ base corinzia) . Oltre che corinzia, questa lesena è di ordine gigante, poiché innervava l’edificio per tutta la sua altezza. Si trattava della Chiesa di San Filippo Neri, la quale, insieme con l’annesso oratorio, era stata costruita in seguito al legato di Don Francesco Bucalo y Farras, deceduto nel 1830, il quale, fra le odierne vie Umberto I e San Filippo Neri (la Strada delle Carrozze, perché la chiesa riuscì a diventare anche deposito delle carrozzelle) aveva dimora e proprietà. I lavori di edificazione del complesso iniziarono nel 1840 su progetto dell’architetto Leone Savoja, precocissimo accademico e noto autore dello scenografico Gran Camposanto di Messina. La conclusione dell’opera, relativamente alla chiesa, si data, secondo le carte d’archivio, all’aprile del 1860, quando furono decise le “sollenizzazioni” da tenere nel nuovo edificio. Dopo alterne vicende di ordinario degrado, chiesa e oratorio sparirono, alla lettera, in seguito a demolizione negli Anni ’60 del secolo passato. Ma, se avessimo un drone, scopriremmo dall’ alto i resti della copertura, descritta nei documenti come “un lanternino sostenuto da molto ferro, foderato da lamine di piombo, e adorno di lastre, onde maggior lume si avesse nella chiesa”. Tristi e miseri resti, dunque, che tuttavia testimoniano della esistenza di una epifania architettonica pregiata per la Barcellona del tempo, a due passi dall’antico Duomo e dal più importante crocevia cittadino.

Dott.ssa Anna Scaglione #GiornataFiocchettoLilla

Di Anna Scaglione Pscicologa pisicoterapeuta

Se è vero che, “siamo quello che mangiamo”,come asseriva Feuerbach ora cosa siamo?
L’espressione di un disagio psichico trascurato, non capito, non creduto?
Insoddisfatti, falliti, perduti, legati all’idea che, il solo modo di controllare la propria vita è controllando il cibo.
C’è G. Che racconta così il vuoto che ha dentro “è l’eco del vomito che mi insegue, è lo spazzolino da denti in fondo alla gola, è guardarmi e vedere un’estranea, è abbuffarmi per non sentire il dolore… è quando ti guardano dicendoti “stai bene!” E la tua testa ti urla “fallita sei ingrassata!” E ricominci il tuo giro all’inferno..”
M. Che: “è iniziato tutto perché il mio ragazzo mi diceva che si vergognava a starmi accanto, non voleva più venire a letto con me perché non ero eccitante e più me lo diceva più io avevo fame e più avevo fame, più mi facevo schifo…”
S. Che correva, correva sempre, per dimagrire dice lui, per non pensare, chiedo io.
S. ” Quando corri i muscoli obbediscono ad un ciccione, si stressano fino a morire di dolore e tu ti senti un Dio perché non hai più limiti… E tu sei una belva perché quello che non distruggi mangiando lo distruggi urlando”
L’unica cosa da pesare, sempre, sono i nostri giudizi ..
#GiornataFiocchettoLilla
Anna Scaglione

Le pillole di Anna Scaglione Psiologa Psicoterapeuta

I due vasi

Un’anziana donna cinese aveva due grandi vasi, ciascuno sospeso all’estremità di un palo che lei portava sulle spalle.
Uno dei vasi aveva una crepa, mentre l’altro era perfetto, ed era sempre pieno d’acqua alla fine della lunga camminata dal ruscello a casa, mentre quello crepato arrivava mezzo vuoto.
Per due anni interi andò avanti così, con la donna che portava a casa solo un vaso e mezzo d’acqua.

Naturalmente, il vaso perfetto era orgoglioso dei propri risultati. Ma il povero vaso crepato si vergognava del proprio difetto, ed era avvilito di saper fare solo la metà di ciò per cui era stato fatto.

Dopo due anni che si rendeva conto del proprio amaro fallimento, un giorno parlò alla donna lungo il cammino:
“Mi vergogno di me stesso, perché questa crepa nel mio fianco fa sì che l’acqua fuoriesca lungo tutta la strada verso la vostra casa”.

La vecchia sorrise:
“Ti sei accorto che ci sono dei fiori dalla tua parte del sentiero, ma non dalla parte dell’altro vaso? È perché io ho sempre saputo del tuo difetto, perciò ho piantato semi di fiori dal tuo lato del sentiero ed ogni giorno, mentre tornavamo, tu li innaffiavi.
Per due anni ho potuto raccogliere quei bei fiori per decorare la tavola. Se tu non fossi stato come sei, non avrei avuto quelle bellezze per ingentilire la casa”.
Ognuno di noi ha il proprio specifico difetto. Ma sono la crepa e il difetto che ognuno ha a far sì che la nostra convivenza sia interessante e gratificante.
Bisogna prendere ciascuno per quello che è e vedere ciò che c’è di buono in lui.

8 marzo, 25 novembre e quanti altri?

Di Mimmarosa Barresi

William Richard Sickert, L’AFFAIRE DE CAMDEN TOWN, 1909, olio su tela, Collezione Privata.
Il dipinto appartiene al periodo c. d. realista (ma meglio antiaccademico) di Sickert, che nasce, allievo di Pisarro e Degas, francamente postimpressionista.
Nel settembre del 1907 l’assassinio di una prostituta in una camera di Camden Town, nelle vicinanze della abitazione di Sickert, segna una svolta nella produzione dell’artista, che si vota in modo compulsivo, un po’ come i tabloid del tempo, a riprodurre l’impresa del “Camden Town Murder”, cui dedica un trittico di dipinti e vari disegni preparatori.
L’opera del 1909 qui proposta, insieme col suo disegno, contrappone, secondo uno schema noto, l’uomo, l’assassino, vestito di tutto punto (ha perfino un panciotto), a braccia conserte, che guarda dall’alto, compiaciuto addirittura, la donna, la vittima, nuda e abbandonata su un lettino di ferro, scricchiolante (?), sotto il quale si scorge, ad accentuare lo squallore del contesto, un orinale. Accanto una seggiola, a mo’ di comodino, su cui sono poggiati alla rinfusa gli indumenti della donna. Sullo sfondo una carta da parati che ha conosciuto tempi migliori.

Come negli altri due dipinti dedicati al delitto di Camden Town, la tavolozza è oscura, la pennellata ruvida e frettolosa, il coinvolgimento emotivo dell’artista evidente. Il dipinto, dimenticato come il suo autore per un secolo, verrà risuscitato ad opera della giallista Patricia Cornwell, che in modo funambolesco, proprio in forza dei dipinti e disegni horror di Sickert, lo identifica con il serial killer che terrorizzo’ White Chapel alla fine del XIX secolo.
Che sia stato o no il famigerato Jack lo Squartatore, ovvero un suo complice (come ipotizzato da altri esponenti della cultura popolare contemporanea), Sickert esprime certamente il timore, nell’epoca delle suffragette e dell’aurorale femminismo, di perdere i privilegi legati al sesso e consolidati in secoli di cultura maschilista. Altresi conferma, come unica forma di difesa, il ricorso alla violenza contro le donne, nelle rappresentazioni dell’arte, come qui, o nella vita reale, come ancora troppo spesso e dovunque.

Lady Oscar 40 anni dopo


Di Nunzia Giaimis
Lady Oscar, nasce  dell’adattamento del manga “La rosa di Versailles” la sua autrice Riyoko Ikeda

Un eroina, un cartone il cui personaggio rimane ancora oggi un icona del coraggio femminile. Uno spirito libero ma travagliato, non per sua scelta, bensì, dettata dalle decisioni paterne, egli infatti “voleva un maschietto, ma ahimè sei, nata tu, nella culla ti ha messo un fioretto, Lady dal fiocco blu!” ….la storia personale di Oscar è subito tracciata nelle parole della sigla.                                   
Così da bimba viene educata alle armi e la vita militare, divenendo il più abile spadaccino di Parigi ed è allocata come comandante della Guardia Reale a servizio di Sua Maestà Maria Antonietta. così agli occhi dei telespettatori e le telespettatrici in particolare, in gran parte in età adolescenziale, ammirano da subito questa figura come esempio di combattività e libertà. Travagliata anche la sfera sentimentale, poiché, creduto uomo, fa strage di cuori tra le donne che frequentano la corte, la stessa Maria Antonietta è affascinata dal suo spadaccino. Donne che Oscar tende a proteggere dai soprusi e prevaricazioni di genere presenti anche a corte, non mancano gli scandali (innumerevoli) dai quali il fedele Oscar si districherà per salvare la sua Regina. Il rapporto col padre si spezza definitivamente quando, probabilmente a causa del pentimento per aver deciso le sorti della ragazza costringendola ad annullare la propria essenza, pensa di proporle  un matrimonio.                                                                                                                                                 
Ma Oscar dopo aver accettato la sua femminilità, per troppo tempo sopita da un’educazione prettamente maschile, è affascinata dal bello e impossibile Conte di Fersen già amante della regina. Si presenta ad un ballo a corte vestita da donna, lasciando affascinati tutti i presenti che non la riconosceranno. Lo sperato invito a ballare da parte del Conte di Fersen non tarda ad arrivare, e sarà lui a riconoscerla poco prima che ella scappi via con la consapevolezza che non farà mai breccia nel suo cuore già rapito da Maria Antonietta. Andrè, cresciuto con lei e suo compagno d’armi vive in silenzio uno struggente amore nei confronti di Oscar e quando lo dichiarerà verrà respinto. Passerà  per molto tempo perché Oscar scopra di essere innamorata di Andrè .

I due combatteranno fianco a fianco, morendo nella stessa battaglia. Vengono infatti colpiti come rivoluzionari per mano dei soldati della Guardia Reale. André è colpito da una pallottola il 13 luglio 1789, mentre Oscar, già debilitata dai primi sintomi della tisi, cade il mattino seguente, durante i tumulti dell’assalto alla Bastiglia. Maria Antonietta verrà uccisa il 16 ottobre 1793, ghigliottinata.

La storia di Lady Oscar si ispira a quella di Marie-Jeanne Schellinck. Travestita da uomo, la donna si arruolò nell’esercito francese intorno al 1792 e si batté nello scontro di Jemappes. Il 10 novembre dello stesso anno venne nominata sottotenente e lasciò il servizio militare solo per sposare il suo tenente. Con lui combatté ancora fino al 1808 quando poi si ritirò a Lille.

Il conte Hans Axel von Fersen è realmente esistito: era il presunto amante di Maria Antonietta di Francia e organizzò la fuga a Varennes. Morì nel 1810, linciato dalla folla che lo accusava di aver avvelenato l’erede al trono di Svezia. Altri personaggi reali sono la contessa Du Barry, Jeanne Valois, la duchessa di Polignac.

Il nome di Lady Oscar è ispirato a quello di François Augustin Reynier de Jarjayes: un conte, cavaliere coraggioso che cercò di salvare la famigliare reale durante la rivoluzione e di far evadere la regina. Lui però fu punito con la ghigliottina.
40 anni fa andava in onda la prima puntata di questi indimenticabile cartone.
La sigla

alcune fonti dal web