Artemisia Gentileschi



               
Di Mimmarosa Barresi
È ANCORA IL 25 NOVEMBRE
ArtemGentileschi, SUSANNA E I VECCHIONI, olio su tela, 1610, Pommersfelden, Castello di Weissenstein, Coll. Graf von Schonborn. Ispirato all’episodio narrato nel tredicesimo capitolo del Libro di Daniele, il dipinto mette in scena la storia, assai nota, di Susanna, giovane e bella e devota sposa del ricco Ioachim, spiata e insidiata da due vecchi stolker (per altro giudici di professione), che non esitano a ricattarla per ottenerne i favori. Vistisi respinti, ordiscono un inganno al fine di accusarla di tradimento nei confronti del marito e giurano il falso in tribunale facendola condannare alla lapidazione. Ma ecco Daniele, tanto giovane ma già tanto giusto e autorevole, che interviene a salvare Susanna, sbugiardando i vecchioni fino a far comminare loro la pena di morte. Artemisia, però, sceglie di illustrare un momento della vicenda che esclude il richiamo alla giustizia divina e la fiducia nel conseguente intervento salvifico. Come i tanti artisti che hanno condiviso con lei la scelta di questo episodio biblico (da Lorenzo Lotto a Francesco Hayes, da Tintoretto a Botero), anche Artemisia ignora, per così dire, il lieto fine della storia e si concentra sulla inqualificabile attitudine dei due voyeuristi, che colgono di sorpresa la bella ragazza nuda nell’atto di prendere il bagno. Artemisia Gentileschi dipingerà altre due versioni dello stesso soggetto (fino al 1649), ma qui, in questa prova giovanile del 1610, è lo sguardo di Susanna che esprime più che altrove il sentimento della pittrice; la quale (è il caso di ricordarlo) subì, pur essendo parte offesa, un umiliante processo. Nessun Daniele dalla sua parte. Ma la storia di Susanna, e di Artemisia, appare sempre attuale e tristemente si ripete, non solo per la mancanza di profeti.

Cicloturismo

 

 

di Domenico Romano

Nel nostro paese la pandemia sta intaccando notevolmente la struttura economica di moltissimi imprenditori. La ricerca di nuovi modi di fare impresa sta ormai diventando una costante e allora perché non rivolgersi al mondo del cicloturismo?

Il campo offre notevoli spunti se non altro perché esso è in crescita costante, da almeno un paio di anni a questi parte.

Gli ultimi dati resi noto in uno studio Isnart-Unioncamere e Legambiente riportano che nel 2019 sono stati oltre 6 milioni le persone che hanno scelto la bicicletta per una vacanza, vacanza che prevedeva almeno un giorno fuori di casa.

Interessanti anche i dati relativamente alla provenienza dei cicloturisti, il 20% di essi partono dalla Campania, sul podio oltre quest’ultima regione anche la Lombardia e il Lazio.

La provenienza dei biker esteri vede invece al primo posto i ciclisti tedeschi, seguiti da Francesi e Inglesi, importante in termini di presenza anche i cicloturisti americani.

A spulciare i dati salta all’occhio la grande risorsa economica che tale modo di viaggiare genera, i numeri parlano che i cicloturisti lasciano in Italia oltre 7 miliardi di euro, una buona cifra anche se molto lontano dai 12 miliardi di euro che il movimento cicloturistico genera nella sola Germania. 

 

Domenico Romano
#𝙣𝙤𝙘𝙖𝙧𝙨 #𝙗𝙞𝙠𝙚𝙖𝙡𝙬𝙖𝙮𝙨 #𝙨𝙝𝙖𝙧𝙚𝙩𝙝𝙚𝙧𝙤𝙖𝙙

Il giorno della Memoria

ngblog

 

 

 

Chi andrà a Praga, o c’è già stato, e visiterà, o ha già visitato, il museo dei bambini del Lager di Terezyn sa, o saprà, che in quel campo ai bambini si facevano fare delle recite e c’erano delle matite colorate per disegnare finché tutti, un giorno, furono portati  ad Auschwitz e uccisi per la sola colpa di essere nati (erano troppo piccoli per avere altre colpe). Fra quei bambini ce n’è una, della quale non ricordo il nome, che ha disegnato una farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

Io non avevo allora le matite colorate e forse non avevo, non ho, la fantasia meravigliosa della bambina di Terezyn. Ma spero che la farfalla gialla voli sempre sopra i fili spinati. Questo è il semplicissimo messaggio, da nonna, che io vorrei lasciare ai miei nipoti e a tutti i miei futuri nipoti ideali: che siano in grado di fare la scelta e con la loro responsabilità e con la loro coscienza essere sempre quella farfalla gialla che vola sopra i fili spinati.

27/01/2020

Il discorso pronunciato all’Europarlamento in occasione dei 75 anni dalla liberazione  del campo di Auschwitz

ANTISEMITISMO AUSCHWITZ GIORNATA DELLA MEMORIA INDIFFERENZA NAZISMO RAZZISMO SECONDA GUERRA MONDIALE SEGRE

 

Teatro: il metodo Stanislavskij

 

A cura di Francesco Chianese

 

Nell’ultimo nostro incontro ho accennato alla famosa “quarta parete”. Stanislavskij, nel suo famoso quanto efficace Metodo, l’attore deve essere in grado di innalzare una immaginaria parete che separa il palcoscenico e chi vi recita dal pubblico, in modo di isolarsi totalmente raggiungendo così uno stato di “solitudine scenica”.
Ma chi è Stanislavskij, cos’ha di tanto importante il suo metodo rispetto ad altri.
Kostantin Sergeevic Alekseev nasce a Mosca il 5 gennaio del 1863.
Nel gennaio del 1885 assume lo pseudonimo di Stanislavskij. Lavora come attore fino al 1890 e dallo stesso anno fino 1898 si occuperà maggiormente della regia.
In questo periodo nasce il suo interesse per la “verità” nella messa in scena.
Sente la necessità di “riformare’ la recitazione enfatica e sciatta degli attori; di creare scene e costumi appropriati; di una regia importante.
Il 4 ottobre 1898 crea e inaugura un Nuovo Teatro: “Il Teatro d’Arte – Mcht” con un alto valore morale, cura della bellezza e che fosse accessibile a tutti.
Si profila il Metodo Stanislavskij:
– il “rivivere” in contrapposizione con il rappresentare: l’attore deve rivivere la vita del personaggio dall’interno fino ad annullare la sua;
– l’attore non deve avere mai bisogno del suggeritore, solo sapendo la sua parte a memoria si può rivivere;
– non esistono piccole parti, esistono piccoli attori”, ogni attore deve sentire l’importanza e la responsabilità del suo ruolo, anche se secondario;
– sottotesto: tutto ciò che il testo esprime a livello emozionale;
– prove a tavolino, ovvero individuazione del sottotesto da parte del regista e attori e discussioni (analisi del testo);
– le prime prove non servono ad apprendere il testo ma a comprenderlo a dargli vita.
Nel 1935 realizza l’importanza delle “azioni fisiche”: gli attori devono scegliere, improvvisando, quali azioni fisiche compirebbero se fossero il personaggio che interpretano nelle circostanze nelle quali questo si trova. Ad esempio: un sentimento deve trovare una corrispondenza in un’azione fisica, non può essere evocato solo psicologicamente.
Movimento e pensiero sono inscindibili (Cechiov).
Stanislavskij muore il 7 agosto 1938.
NB. Le fonti dal web
Francesco Chianese

Libertà a due ruote by Doroman

 

 

Di Domenico Romano

 

La bicicletta, un mezzo che forse rappresenta il primo approccio alla libertà assoluta.

Fin da bambini, quando alle due ruote i nostri genitori affiancavano le rotelle, la bici ha rappresentato lo strumento giusto per mettersi alla prova. Uno strumento che ha portato la prima difficolta, quella di superare l’insita paura delle cadute.

Chi non ricorda poi la fiducia che si doveva avere nel genitore, di solito il padre, che prometteva di non lasciare il sellino, cosa che invariabilmente succedeva.

E che dire delle prime cadute, i pianti da bambino per un ginocchio sbucciato, ma anche la forza d’animo di risalire su quella sella per riprovare li dove poc’anzi si era fallito.

La bicicletta di fatto è una palestra d vita, una palestra che forgia il carattere e lo rende sicuramente migliore.

Con la bicicletta in qualunque modo la si utilizzi d’altronde non puoi barare, non vi è un modo per convincerla ad andare avanti se non faticando, una fatica che ti ripaga con la soddisfazione di raggiungere i tuoi obiettivi.

La bici, cosi come la vita, ti insegna che non tutte le strade sono in discesa, che una scorciatoia può farti perdere tempo, che la presunzione non serve a nulla.

Ma la bici può essere anche altro, può essere un modo di viaggiare diverso e sicuramente più coinvolgente. Ed è proprio questo il cicloturismo, un modo di viaggio che unisce l’amore per la due ruote con il piacere di scoprire sempre posti nuovi.

La bici d’altronde è più veloce dei piedi ma molto più lenta dei moderni sistemi di trasporto, viaggiando e pedalando non si viaggia ma si fa parte del viaggio, si sentono gli odori dei paesi attraversati, si guardano i colori dei luoghi, si fa amicizia e si conoscono nuove culture.

Il cicloturismo negli anni ha conquistato sempre più persone, ritagliandosi uno spazio nel panorama dei viaggi avventurosi, viaggi nei quali nulla è scontato ma tutto è possibile.

I cicloviaggiatori sono coloro che non si spaventano della pioggia o del sole, che sono pronti sempre a trovare una soluzione, che hanno sempre la voglia di vedere un posto nuovo, di fare una chiacchiera e perché no di fermarsi due minuti con una birra ghiacciata in mano a guardare un panorama magnifico.

Perché alla fine come spesso molti dicono l’unica catena che rende liberi è la catena…della bicicletta.

Tributo al 25 novembre

 

 

Prosegue la giornata di sensibilizzazione coniugando le donne d’Arte, siano esse vissute o raffigurate, nell’ambito della violenza di genere.

 

Di Mimmarosa Barresi

 

 

È ANCORA IL 25 NOVEMBRE.

Tiziano Vecellio, IL MIRACOLO DEL MARITO GELOSO, dal ciclo MIRACOLI DI SANT’ANTONIO DA PADOVA, affresco, 1511, Padova, Scuola del Santo.
Una scena di inaudita violenza, descritta con abbondanza di macabri particolari, occupa quasi del tutto il campo dell’affresco.
Il marito geloso, un cavaliere padovano (come si evince dalla foggia e dai colori del suo abito) sta pugnalando a morte la moglie, che invano cerca di difendersi. Il gesto furibondo ed impietoso, il viso truce e determinato dell’uomo contrastano con l’inutilità del braccio proteso della donna, che ormai si dissangua. La rupe minacciosa, gli alberi scheletrici, la stessa tavolozza oscura e dilavata sottolineano il triste orrore dell’efferato omicidio. Dove il miracolo dunque? In un piccolo riquadro a destra, in posizione centrale, quasi a mo’ di minuscolo cammeo, il marito geloso, finalmente (o troppo tardi?) pentito, è ai piedi del Santo di Padova ; e dietro quest’ultimo la donna, la moglie, rinvivita, per miracolo appunto, ben riconoscibile dall’intenso colore giallo della veste.
Miracoli d’altri tempi…

Teatro: tra finzione e realtà

Di Francesco Chianese

Anche nel Teatro esistono diverse scuole di pensiero. Una delle più spiccate diatribe è il comprendere se il Teatro è finzione o realtà. Qui la divisione è netta. Per molti tutto quello che si esercita sul palco è finto come finti gli attori sulla scena, per altri rappresenta la realtà.
In effetti, e questo è il mio umile pensiero, ma anche di altri prima di me, il Teatro è nel contempo finzione e realtà. Sulla scena si rappresentano momenti di vita reali che al momento della messa in scena non sono veri.
Un lutto, una gioia, un tradimento, l’odio, l’amore non sono invenzioni ma pezzi di vita reale che al momento non sono quelli da copione.
Qui, nasce una sostanziale differenza tra “attori” e “recitatori”.
Pur se bravi i recitatori “interpretano” i ruoli affidati dal regista,
entrano nella parte offrendo decorose esibizioni.
Appunto, però, recitano mettendo in risalto che di finzione si tratta.
Bravi senza dubbio, come ce ne sono tanti.
A differenza del recitatore l’Attore non recita. L’Attore vive la scena.
Non entra nel personaggio ma diventa quel personaggio (importante che lo faccia solo per il tempo della pièce, in caso contrario diventa diventa un serio problema).
Qui tutto quello che apparentemente è finto diventa realtà e lo spettatore resta coinvolto senza perdersi di concentrazione.
Ecco il compito dell’Attore: catturare l’attenzione del pubblico fino alla fine dello spettacolo.
Ma cos’è, in definitiva, il Teatro? Anche qui le risposte sono tante.
Io desidero dare una mia risposta: comunicazione.
Il Teatro è principalmente Comunicazione.
L’attore attraverso il suo personaggio comunica il suo stato d’animo, la storia. Attraverso il suo comunicare arricchisce il bagaglio culturale all’attento spettatore.
Sul Teatro c è tanto da dire e man mano vi spiegherò:
l’importanza della quarta parete,
il sapere dare un’identità al lavoro da svolgere,
l’attenta analisi del testo e di ogni singolo personaggio e altro ancora.
Alla prossima!

La storia della Befana

In un villaggio, non molto distante da Betlemme, viveva una giovane donna che si chiamava Befana. Non era brutta, anzi, era molto bella e aveva parecchi pretendenti.. Però aveva un pessimo caratteraccio. Era sempre pronta a criticare e a parlare male del prossimo. Cosicché non si era mai sposata, o perché non le andava bene l’uomo che di volta in volta le chiedeva di diventare sua moglie, o perché l’innamorato – dopo averla conosciuta meglio – si ritirava immediatamente.

Era, infatti, molto egoista e fin da piccola non aveva mai aiutato nessuno. Era, inoltre, come ossessionata dalla pulizia. Aveva sempre in mano la scopa, e la usava così rapidamente che sembrava ci volasse sopra. La sua solitudine, man mano che passavano gli anni, la rendeva sempre più acida e cattiva, tanto che in paese avevano cominciato a soprannominarla “la strega”. Lei si arrabbiava moltissimo e diceva un sacco di parolacce. Nessuno in paese ricordava di averla mai vista sorridere. Quando non puliva la casa con la sua scopa di paglia, si sedeva e faceva la calza. Ne faceva a centinaia. Non per qualcuno, naturalmente! Le faceva per se stessa, per calmare i nervi e passare un po’ di tempo visto che nessuno del villaggio veniva mai a trovarla, né lei sarebbe mai andata a trovare nessuno. Era troppo orgogliosa per ammettere di avere bisogno di un po’ di amore ed era troppo egoista per donare un po’ del suo amore a qualcuno. E poi non si fidava di nessuno.

Così passarono gli anni e la nostra Befana, a forza di essere cattiva, divenne anche brutta e sempre più odiata da tutti. Più lei si sentiva odiata da tutti, più diventava cattiva e brutta.

Aveva da poco compiuto settant’anni, quando una carovana giunse nel paese dove abitava. C’erano tanti cammelli e tante persone, più persone di quante ce ne fossero nell’intero villaggio. Curiosa com’era vide subito che c’erano tre uomini vestiti sontuosamente e, origliando, seppe che erano dei re. Re Magi, li chiamavano. Venivano dal lontano oriente, e si erano accampati nel villaggio per far riposare i cammelli e passare la notte prima di riprendere il viaggio verso Betlemme. Era la sera prima del 6 gennaio. Borbottando e brontolando come al solito sulla stupidità della gente che viaggia in mezzo al deserto e disturba invece di starsene a casa sua, si era messa a fare la calza quando sentì bussare alla porta. Lo stomaco si strinse e un brivido le corse lungo la schiena. Chi poteva essere? Nessuno aveva mai bussato alla sua porta. Più per curiosità che per altro andò ad aprire. Si trovò davanti uno di quei re. Era molto bello e le fece un gran sorriso, mentre diceva: “Buonasera signora, posso entrare?”. Befana rimase come paralizzata, sorpresa da questa imprevedibile situazione e, non sapendo cosa fare, le scapparono alcune parole dalla bocca prima ancora che potesse ragionare: “Prego, si accomodi”. Il re le chiese gentilmente di poter dormire in casa sua per quella notte e Befana non ebbe né la forza né il coraggio di dirgli di no. Quell’uomo era così educato e gentile con lei che si dimenticò per un attimo del suo caratteraccio, e perfino si offrì di fargli qualcosa da mangiare. Il re le parlò del motivo per cui si erano messi in viaggio. Andavano a trovare il bambino che avrebbe salvato il mondo dall’egoismo e dalla morte. Gli portavano in dono oro, incenso e mirra. “Vuol venire anche lei con noi?”. “Io?!” rispose Befana.. “No, no, non posso”. In realtà poteva ma non voleva. Non si era mai allontanata da casa.

Tuttavia era contenta che il re glielo avesse chiesto. “Vuole che portiamo al Salvatore un dono anche da parte sua?”. Questa poi… Lei regalare qualcosa a qualcuno, per di più sconosciuto. Però le sembrò di fare troppo brutta figura a dire ancora di no. E durante la notte mise una delle sue calze, una sola, dove dormiva il re magio, con un biglietto: “per Gesù”. La mattina, all’alba, finse di essere ancora addormentata e aspettò che il re magio uscisse per riprendere il suo viaggio.
Era già troppo in imbarazzo per sostenere un’altra, seppur breve, conversazione.

Passarono trent’anni. Befana ne aveva appena compiuti cento. Era sempre sola, ma non più cattiva. Quella visita inaspettata, la sera prima del sei gennaio, l’aveva profondamente cambiata. Anche la gente del villaggio nel frattempo aveva cominciato a bussare alla sua porta. Dapprima per sapere cosa le avesse detto il re, poi pian piano per aiutarla a fare da mangiare e a pulire casa, visto che lei aveva un tale mal di schiena che quasi non si muoveva più. E a ciascuno che veniva, Befana cominciò a regalare una calza. Erano belle le sue calze, erano fatte bene, erano calde. Befana aveva cominciato anche a sorridere quando ne regalava una, e perciò non era più così brutta, era diventata perfino simpatica.
Nel frattempo dalla Galilea giungevano notizie di un certo Gesù di Nazareth, nato a Betlemme trent’anni prima, che compiva ogni genere di miracoli. Dicevano che era lui il Messia, il Salvatore. Befana capì che si trattava di quel bambino che lei non ebbe il coraggio di andare a trovare.
Ogni notte, al ricordo di quella notte, il suo cuore piangeva di vergogna per il misero dono che aveva fatto portare a Gesù dal re magio: una calza vuota… una calza sola, neanche un paio! Piangeva di rimorso e di pentimento, ma questo pianto la rendeva sempre più amabile e buona.
Poi giunse la notizia che Gesù era stato ucciso e che era risorto dopo tre giorni. Befana aveva allora 103 anni. Pregava e piangeva tutte le notti, chiedendo perdono a Gesù. Desiderava più di ogni altra cosa rimediare in qualche modo al suo egoismo e alla sua cattiveria di un tempo. Desiderava tanto un’altra possibilità ma si rendeva conto che ormai era troppo tardi.

Una notte Gesù risorto le apparve in sogno e le disse: “Coraggio Befana! Io ti perdono. Ti darò vita e salute ancora per molti anni. Il regalo che tu non sei venuta a portarmi quando ero bambino ora lo porterai a tutti i bambini da parte mia. Volerai da ogni capo all’altro della terra sulla tua scopa di paglia e porterai una calza piena di caramelle e di regali ad ogni bambino che a Natale avrà fatto il presepio e che, il sei gennaio, avrà messo i re magi nel presepio. Ma mi raccomando! Che il bambino sia stato anche buono, non egoista… altrimenti gli metterai del carbone dentro la calza sperando che l’anno dopo si comporti da bambino generoso”.
E la Befana fece così e così ancora sta facendo per obbedire a Gesù.

Durante tutto l’anno, piena di indicibile gioia, fa le calze per i bambini… ed il sei gennaio gliele porta piene di caramelle e di doni.
È talmente felice che, anche il carbone, quando lo mette, è diventato dolce e buono da mangiare.