L’opera di Di Napoli nella Casa Municipale di Barcellona Pozzo di Gotto

Di Mimmarosa Barresi

 

Cesare Di Napoli, MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNINO, SAN MICHELE ARCANGELO E SANT’AGOSTINO, 1585, olio su tavola, Barcellona Pozzo di Gotto, Casa Municipale.

Cesare Di Napoli, polidoresco (si intende Polidoro da Caravaggio), pittore messinese dalla lacunosa biografia, ma dalla consistente produzione artistica, lasciò a Barcellona Pozzo di Gotto (nel monastero basiliano di Gala, secondo le fonti) questo dipinto luminoso, considerato fra i capolavori di questo sensibile seguace di Deodato Guinaccia.

L’opera, di grandi dimensioni (168,5 x 228 centimetri), reca il titolo assegnato dallo stesso Autore di “S. M. DELLE GRAZIE”, nonché la firma e la data di esecuzione :”CAESAR DI NAPOLI PINGEBAT / ANNO SALUTIS MDLXXXV”. La bella Signora del Cielo si presenta qui con il seno scoperto da cui stilla il latte della grazia, secondo una iconografia cara alla pietà dei monaci basiliani. Due piccoli angeli, molto teneri e molto raffaelleschi, tengono sospesa sul suo capo una corona. Ella regge appena con la destra il Bambino stante su un pilastro adornato da uno stemma gentilizio, presumibilmente quello del committente, il quale, come da tradizione, è collocato nell’angolo in basso a destra del dipinto.

Ugualmente tradizionale è il gesto del piccolo Gesù, che protende le mani verso il cuginetto Giovanni, già abbigliato come lo sarà da grande nel deserto; e che anticipa gli eventi futuri con la croce di canna appoggiata sulla spalla sinistra, recante una banderuola su cui si legge “ECCE AGNUS DEI”. La ferale premonizione allusa dalla croce è in qualche modo alleggerita dal cardellino che Giovanni offre a Gesù e che rievoca, per chi aveva ed ha gli occhi per vedere, la celebre MADONNA DEL CARDELLINO di Raffaello agli Uffizi. L’Arcangelo Michele, a sinistra, ha le sembianze di un soldato romano dalla inusuale corazza color carne che rivela la anatomia dell’addome. Michele è ovviamente armato di lancia, ha già schiacciato Lucifero, col quale formava la coppia angelica, e regge la bilancia della giustizia.

A destra, infine, Sant’Agostino, che ostenta una voluminosa barba nerissima ed indossa un sontuoso piviale verde bordato d’oro e foderato di porpora; egli regge con la destra un libro sacro e con la sinistra il bastone pastorale, con riferimento all’essere stato filosofo, vescovo e teologo, nonché dottore della chiesa e definito, in linea non a caso con il soggetto principale del dipinto, “Doctor Gratiae”.

Nel suo insieme, possiamo ben dirlo, questa opera barcellonese di Cesare Di Napoli è sufficientemente complessa nella sua apparente semplicità, in qualche modo suggerita dalla luminosa tavolozza, con il delicato profilo delle colline contro un cielo di latte. Ma era ed è evidente, per contrasto, la rilevante presenza di elementi simbolici e di citazioni, in accordo con la discendenza dal manierismo di Polidoro Caldara, allievo di Raffaello, ed esule, dopo il Sacco del 1527, proprio a Messina, dove rimase fino alla morte.

Ipazia: quando il sapere è Donna!

È SEMPRE IL 25 NOVEMBRE.
Di Mimmarosa Barresi
Charles William Mitchell, IPAZIA, 1885, olio su tela, Newcastle upon Tyne, Laing Art Gallery.
Sul declinare del XIX secolo Charles William Mitchell ritrae (non dubitiamo che intenzionalmente) un personaggio eroico vissuto nel V secolo dopo Cristo : Ipazia di Alessandria, figlia del, francamente poco noto, filosofo Teone, ed ella stessa fra le ultime divulgatrici del Neoplatonismo, oltre che cultrice di astronomia e di matematica.
Grazie alla sua cultura ed alle felici doti affabulatorie Ipazia ebbe un numero incredibile di seguaci ed estimatori: folle di ‘fan’ accorrevano da lontano per ascoltarla in carrozza, con lettighe e cavalli ed anche a piedi (secondo testimonianze coeve).
Fra costoro il prefetto di Alessandria Oreste, al cui pubblico e laico potere si contrappone l’ambizione, dissimulata da motivi di religione, del vescovo Cirillo. Da qui l’odio per Ipazia, l’invidia cieca e la calunnia: è lei, la filosofa pagana, a fomentare lo scontro fra Oreste e Cirillo, fra paganesimo e religione cristiana.
L’omicidio ne fu la tragica conseguenza: nel marzo del 415 d. C. un gruppo di cristiani invasati assalta la lettiga di Ipazia e la trascina nella chiesa di San Cesareo. Ivi ella sarà denudata e scorticata a mezzo di affilati gusci di ostriche, quindi smembrata e gettata e, se non bastasse, bruciata in una discarica.
Un orrore indicibile, anche a distanza di tanti secoli. Un orrore che tuttavia Mitchell, pittore tardo-raffaellita, non vuole consapevolmente rievocare. Piuttosto dipinge il trionfo di Ipazia, dall’elegante, invidiabile corpo flessuoso, vestita solo dai suoi lunghi capelli, con il braccio proteso verso l’alto e la mano dispiegata in segno di vittoria. Ella si impone sullo sfondo di pur nobili architetture ed è appoggiata, (sensualmente ?) all’altare, simbolo della religione i cui seguaci stavano per assassinarla in modo crudele.
Ma negli occhi di questa martire del paganesimo non si scorge paura, bensì indignazione e disprezzo. Aveva quarantacinque anni e morì per essere stata, sopra tutto, una intellettuale coraggiosa, scomoda e, in aggiunta, donna. Da meditare sul sottotitolo che Mitchell appose al dipinto : HYPATHIA or NEW FOES WITH AN OLD FACE (i.e. “nuovi nemici dal vecchio volto”).

Le pillole di Anna Scaglione (psicologa psicoterapeuta)

Storia di un bozzolo…
C’era una volta un bozzolo. Un giorno, in questo bozzolo apparve un piccolo buco.
Un uomo passava di lì per caso, si mise a guardare la farfalla che si sforzava di uscire da quel piccolo buco.
Passarono diverse ore.
Sembrava che la farfalla si fosse arresa ed il buco fosse sempre della stessa dimensione, sembrava che la farfalla non avesse più la possibilità di fare nient’altro.
Così l’uomo decise di aiutare la farfalla.
Prese un piccolo coltellino e delicatamente aprì il bozzolo.
La farfalla uscì immediatamente, ma il suo corpo era piccolo e rattrappito. Le sue ali erano poco sviluppate e si muovevano a stento.
L’uomo continuò ad osservare.
Sperava che, da un momento all’altro, le ali della farfalla si aprissero, capaci di sostenere il corpo, e che finalmente la creatura cominciasse a volare, ma non successe nulla.
La farfalla non imparò mai a volare.
Quell’uomo non sapeva che passare per lo stretto buco del bozzolo era lo sforzo necessario affinché la farfalla potesse trasmettere il fluido del suo corpo alle sue ali.
Era necessario per imparare a volare.
A volte, le attese e l’impegno sono ciò di cui abbiamo bisogno. Ogni ostacolo incontrato sul nostro cammino può diventare motivo di crescita, di forza, momento per scoprire in noi una forza nuova, un coraggio insperato.
Ogni ostacolo potrebbe insegnarci a volare dipende se lo vediamo come muro limitante o come trampolino…
Buon volo a tutti

Facciamo luce sul TEATRO. Il PTP ha aderito!

 

Il Piccolo Teatro Ettore Petrolini ha aderito alla manifestazione di questa sera per fare Luce sul Teatro, che è stato notevolmente penalizzato dalla pandemia.

Stasera dalle 19,30 alle 21,30 accenderemo le luci e accoglieremo, con le debite misure per il contenimento della diffusione del Covid, quanti vorranno passare a dare testimonianza del loro affetto.

Vi aspettiamo!

Il direttivo del PTP

 

 

Il Teatro è di tutti. Ne sentiamo la mancanza, è spento. Per questo, lunedì 22 febbraio tra le 19.30 e le 21.30, i teatri torneranno dopo un anno ad illuminarsi.

Saremo davanti ai Teatri più piccoli, che costituiscono la linfa vitale del sistema teatrale italiano, fino ai più grandi Teatri nazionali e ai più importanti Teatri dell’Opera del nostro paese.

L’Associazione UNITA chiede a tutti i colleghi, ai cittadini, al pubblico, di recarsi all’esterno dei teatri inseriti nella lista pubblicata a questo link: https://www.associazioneunita.it/facciamo-luce-sul-teatro-la-lista-provvisoria-dei-teatri-aderenti/ (che si arricchisce ora dopo ora) e lasciare, a riprova della propria silenziosa testimonianza, una foto, un breve video, un messaggio. Aggiungete l’hashtag #facciamolucesulteatro, indicando città e nome del teatro, postate (stories o feed) e taggate @associazioneunita su Instagram. Noi condivideremo tutte le testimonianze di amore per il teatro sulla nostra pagina, che diventerà contenitore di immagini e pensieri.

L’Associazione Unita invita i propri iscritti ad attenersi puntualmente, nell’esecuzione dell’iniziativa, alle disposizioni anti covid previste dalla normativa vigente. L’Associazione si dissocia da qualsiasi azione, da chiunque posta in essere, che possa arrecare pericolo anche a terzi e che contravvenga a leggi vigenti. l’Associazione, pertanto, sin d’ora si dichiara estranea e non responsabile in caso di contravvenzione alle predette disposizioni.

 

 

Due ruote e un cagnolino

 

Di Domenico Romano

 

All’interno del progetto RISC ho avuto il piacere di ospitare e dare un minimo di assistenza a due coppie di cicloturisti che stanno pedalando nel nostro bellissimo paese. I primi Michelle e Maxim provengono dal Belgio, si sono fermati in Sicilia a causa del Covid, adesso hanno ripreso a pedalare, viaggiano con la loro cagnetta e vederli con il loro carrellino è veramente uno spettacolo.

Gli altri due sono due ragazzi giovanissimi di neppure venti anni, viaggiano dalla Germania e stavano andando a Palermo per trasferirsi in Sardegna e pedalare in tutta la costa Est, la loro intenzione è arrivare nel nord della Sardegna e di li trasferirsi a Genova per poi tornare a pedalare alla volta di casa loro.

A tutti e quattro ho avuto il piacere di regalare lo sticker “condividi la strada”, saperlo in giro per le strade europee mi inorgoglisce.

Ospitandoli, guardandoli, pedalando insieme a loro mi sono chiesto ….ma c’è qualcosa di più bello che viaggiare in bici??

Domenico

 

Domenico Romano
#𝙣𝙤𝙘𝙖𝙧𝙨 #𝙗𝙞𝙠𝙚𝙖𝙡𝙬𝙖𝙮𝙨 #𝙨𝙝𝙖𝙧𝙚𝙩𝙝𝙚𝙧𝙤𝙖𝙙

Un’altro emblema sulla violenza di genere nell’opera di Degas

 

 

 

 

Di Mimmarosa Barresi

 

È ANCORA IL 25 NOVEMBRE. Edgar Degas, LE VIOL, 1868-69, olio su tela, Philadelphia, Museum of Art. Originariamente intitolato dallo stesso Artista L’INTÉRIEUR, fu in seguito denominato, ed è tuttora conosciuto, come LE VIOL, trattandosi in verità della cruda cronaca di uno stupro. Dal punto di vista tecnico, l’opera è considerata importante per lo studio del rapporto di Degas con la luce; nel nostro caso quella fioca ed artificiale di un abat-jour. Ma è il tema che qui ci intriga, è la sua rappresentazione; con la vittima, la ragazza, involontariamente discinta e con un solo drappo, simbolicamente rosso, a coprirle le gambe, ripiegata su se stessa, fragile, umiliata, impotente. Ad occupare la parte destra della scena è invece l’uomo carnefice, distaccato e soddisfatto della sua impresa: le mani in tasca, le gambe divaricate, un appuntito orecchio luciferino e, non bastando, una grande, spropositata ombra, allusiva alla enorme malvagità di cui lo stesso è stato capace. Pur ispirato, meglio allineato al Positivismo alla Zola (si pensi alle dolenti vicende narrate in TERESA RAQUIN e /o L’ASSOMOIR), Edgar Degas qui supera l’asettico, e quanto crudele! , realismo con cui i romanzieri descrivevano la miserabile esistenza degli uomini, e più delle donne, nella Parigi ottocentesca. L’artista denuncia piuttosto un crimine quotidianamente perpetrato, ma non visto e forse neppure percepito come tale, anche perché spesso custodito, scandaloso segreto, all’interno delle mura domestiche, l’intérieur, appunto.

Carnevale, brevi cenni

 

Non voglio parlare del periodo storico che stiamo vivendo, per cui inizio con dei versetti della mia cara amica

Martina Parisi:

Carnevale vien di notte con le scarpe tutte rotte…aspe ho sbagliato, quella era la befana. Ma anche lui viene di notte, con le mascherine, sulle bocche. Tanti dolcetti, chiacchiere, fraviole e scherzetti. Poco allegro come non mai, anche quest’anno te ne vai. Ti aspettiamo il prossimo anno e festeggeremo come se fosse capodanno.

 

Etimologia. Secondo la più accreditata interpretazione la parola ‘carnevale’ deriverebbe dal latino carnem levare (“eliminare la carne”), poiché indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di Carnevale (Martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.

Notizie storiche

Dal 1600 abbiamo notizie che riguardano il carnevale nella città di Palermo e,  col passare degli anni, la ricorrenza assunse sempre più sfarzo nella preparazione degli addobbi, dei costumi e delle maschere e potere sul desiderio collettivo di evadere dalla routine e dal quotidiano. Anticamente in Sicilia si poteva assistere a delle danze particolari, come quella “degli schiavi” durante la quale i partecipanti, travestiti appunto da schiavi, ballavano per le strade pubbliche al suono di antichi strumenti turchi come i tamburi, o la così chiamata “Balla-Virticchi” per la quale i partecipanti si travestivano da pigmei e trattenevano il popolo. Tra le maschere siciliane più caratteristiche del passato occorre decisamente ricordare quelle dei “Jardinara” (giardinieri) e dei “Varca” note soprattutto nella provincia di Palermo e quelle dei “briganti” e quella del “cavallacciu” note soprattutto nel catanese.
Tra le altre maschere tradizionali del passato si possono ricordare quelle che servono  da parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine: si hanno così le innumerevoli rappresentazioni dei “Dutturi”, dei “Baruni” e degli “Abbati”.
Si può citare, ancora, la vecchia maschera della “Vecchia di li fusa” presente anticamente nella Contea di Modica. Si tratta di un travestimento per diventare, attraverso l’uso di una gonna sgualcita, un mantello che si annoda al collo ed un velo che parte dal capo, il simbolo della prossima morte del Carnevale.
A Modica – Rg -, si trovano le città di Monterosso e Giarratana. Qui le maschere di Carnevale del passato più rappresentative erano quelle dei ” ‘Nzunzieddu”, cioè insudiciati, maschera così chiamata perché chi la impersona ha il viso sporco di fumo e terra rossa.

Il carnevale in provincia di Messina

A Francavilla di Sicilia nei pressi delle famose e suggestive Gole dell’Alcantara e circondata dal fiume San Paolo e dal fiume Zaviani, organizza ogni anno, così come altre città isolane, un Carnevale che dura un’intera settimana.
La festa vede il sorgere di canti e balli che coinvolgono l’intera cittadinanza, le sfilate dei carri allegorici, la personificazione del Carnevale nella maschera di “Sua Maestà”, inizialmente onorata grazie alla sfilata delle corti e poi accompagnata dal “Gran Corteo Funebre” che serve per seppellire la maschera stessa insieme al periodo di divertimenti sfrenati e licenziosi. Vero simbolo del Carnevale di Francavilla è il ballo collettivo.

Anche il rinomato centro turistico isolano di Taormina  prevede vari festeggiamenti per il Carnevale. Anche in questo caso la competitività nella realizzazione dei carri e lo sfarzo ostentato da questi ultimi è davvero notevole visto che tutti i cittadini si prestano alla realizzazione di questi simboli che poi sfileranno nel classico quanto allegro corteo la domenica ed il martedì grasso. I premi in palio sono notevoli ed offerti non solo dall’autorità comunale, ma anche dalle varie associazioni dei commercianti e sono un ottimo stimolo per dare il meglio di sé nella realizzazione dei carri.
Il coinvolgimento cittadino non si ferma solo a questo aspetto, ma prevede anche la presenza di massa alle varie feste serali che si realizzeranno nella pubblica piazza durante i giorni canonici della festa e che prevedono gare canore, giochi vari come l’albero della cuccagna e balli coinvolgenti.
Si evince che anche il carnevale taorminese può esser considerato un’ottima tappa per festeggiare il Carnevale in Sicilia in allegria ed in compagnia e può esser considerato uno splendido esempio del divertimento e dell’allegria.

Ne i momenti costitutivi della festa di Saponara, si hanno i soliti ma sempre affascinati e coinvolgenti carri allegorici ed il momento culminante della festa si ha il martedì grasso quando tutta la cittadinanza è coinvolta nel “Corteo dell’Orso e della Corte Principesca”. L’Orso è gigantesco, è agghindato con campanacci e trattenuto da delle corde ed è seguito dai suonatori di “brogne” e corni, dalla coppia principesca, dal giullare, dallo scrivano-consigliere e dal resto della corte. Tutto il corteo, inoltre, si arricchisce grazie alla partecipazione di vari gruppi e singoli vestiti in maschera. Nella memoria collettiva l’evento ricorda un fatto storico. Il Principe Domenico Alliata di Villafranca e la sua consorte Vittoria Di Giovanni, baronessa di Saponara, regnavano nel XVIII secolo; in quel tempo un feroce orso minacciava la cittadinanza ed il principe ne garantì la cattura e per rassicurare la cittadinanza del pericolo scampato e sulla propria validità di signore e protettore della città fece incatenare la bestia e lo fece condurre per le vie cittadine.
L’evento ora raccontato è stato lo spunto per effettuare un travestimento satirico e burlesco che nel corso degli anni è diventato il fulcro del carnevale e che serve anche per esorcizzare antiche paure, per documentare come la popolazione vive determinati eventi sociali e civili e non solo per rievocare e rappresentare momenti salienti della storia cittadina.)

A Novara di Sicilia ,oltre ai tradizionali festeggiamenti, anche il torneo della corsa delle locali forme del formaggio maiorchino – pecorino puro ricavato attraverso particolari processi di lavorazione e stagionatura e che assume una forma simile a quella del parmigiano -. E’ un evento che può vantare quattro secoli di storia alle spalle e prevede la partecipazione di varie squadre composte da tre elementi, squadre che gareggiano facendo rotolare le forme del formaggio che pesano circa dodici chili per le vie cittadine. L’evento ha come naturale conclusione una Sagra durante la quale si può consumare non solo il formaggio in questione, ma anche la ricotta e la tuma.

Durante questa settimana si fa largo uso di sughi di carne e di pietanze elaborate, come i “maccheroni al ragù” (pasta in casa preparata con 500 grammi di farina e qualche uovo e condita, appunto, con il ragù preparato con cotenna di maiale e spezie) . Un vasto elenco di dolci delizia in questi giorni il palato dei siculi, chiacchiere, fraviole , pignolata, castagnole, e tante bontà.

articolo supportato da fonti del web

Le pillole di Anna Scaglione (psicologa psicoterapeuta)

Abbi cura di te,
Dei sogni che fai
Della tua determinazione
Dei desideri che hai chiuso a in un cassetto
Abbi cura di te
Della gentilezza che mostri
e di quella che potresti concederti
Abbi cura dei tuoi occhi appannati,
delle rughe del tempo
che solcano strade nuove sul tuo viso..
Abbi cura della tua voce,
delle nenie che hai cantato,
dei “ti amo” sussurrati, di quelli taciuti
e di quelli ancora non detti…
Abbi cura dei tuoi sorrisi,
porto sicuro di amici e passanti
e anche delle lacrime
che hanno allagato il tuo cuore…
Abbi cura dei non detti e delle urla,
dei baci rubati e di quelli che hai mendicato..
Delle mani canute, del corpo che cambia..
Del dolore che ospiti, dell’amore che nutri..
Abbi cura di te ogni giorno che viene, ma nell’ora di adesso più di ieri..
Abbiate cura di voi, nessuno può farlo al vostro posto..
Anna Scaglione

Teatro: di nicchia o per tutti?

 

 

 

Di Francesco Chianese

 

Continuando a parlare di Teatro, prima di affrontare altri argomenti così come previsto, desidero esprimere anche il mio punto di vista.
Inconsapevolmente nel Teatro si usa una certa discriminazione bilaterale nel senso che è rivolta sia verso il basso, sia verso l’alto. Ci sono lavori adatti ad un numero ristretto di gente culturalmente avanti (o che finge di esserlo) con un linguaggio difficilmente comprensibile da chi non ha avuto modo di accrescere la propria cultura libraria nel corso della sua vita.
Il secondo tipo di discriminazione cioè quella rivolta dal basso verso l’alto non è questione di cultura ma di gusti. Qui bisogna fare un ulteriore distinguo tra teatro popolare e teatro di quartiere. Per Teatro popolare s’intende quello rivolto alla maggior parte della popolazione dove si usa un linguaggio sobrio comprensibile a tutti con testi sicuramente graditi a prescindere dal grado “culturale”, contenuti semplice ma di alto valore morale comunque “snobbati” al piano “superiore”.
Il teatro di quartiere è spesso un teatro chiuso delimitato dallo stesso quartiere nato più per spirito goliardico che per la voglia di fare “Teatro’. Qui non esiste un “tema” e spesso le storie sono condite di accesa volgarità, l’unica cosa che non accetto nel Teatro.
Per concludere: il Teatro può essere paragonato ad una Ferrari ma con due posti disponibili o a una bella accessoriata Fiat con cinque posti. Io preferisco guidare un pullman di 50 posti dove tutti riescono a percepirne il gusto e il significato.

Amicizia, il degrado di un alto valore morale e sociale- parte I

Di Nunzia Giaimis

 

Tra i tanti valori che il tempo moderno ha cassato, destinandolo ad un valore virtuale, quindi privo di veri contenuti e interessi, in cima troviamo proprio l’amicizia.  Rivedendo  l’etimologia e la Filosofia, scorgiamo e riportiamo alla luce una  definizione di un valore pregno di significato e senza il quale nessun rapporto possa dirsi amichevole o d’affetto.

 

Viaggio da Aristotele ai filosofi contemporanei.

 

Secondo Aristotele ci sono tre tipi di amicizie e li rappresenta come  una scalinata, composta da soli tre gradini. Il primo gradino corrisponde all’amicizia per piacere. Quando si frequenta qualcuno solamente per divertimento, questa amicizia come uno specchio, riflettere solamente sé stessi e l’altro  diviene  un mezzo, in una relazione nociva e destinata alla stagnazione.  Il secondo gradino, rappresenta l’amicizia per utilità. Anche qui il benessere individuale la fa da padrone. Il potere, dato dall’utile, diviene una calamita in grado di attrarre gli altri in un gorgo tempestoso, al cui centro risiede l’egoismo e la malignità dell’animo. La nota di ottimismo diviene dal fatto che egli afferma che, una volta dissipata la tempesta, il sole apparirà di certo più radioso di prima. L’ultimo gradino, costituisce la virtù. L’amicizia per virtù è la più radiosa e solidale, in grado di elevare l’uomo oltre il suo potenziale inespresso. L’amicizia per virtù diviene un viaggio di vita, dove l’altro diviene il fine dell’amicizia stessa. L’egoismo cede il posto alla solidarietà, l’invidia al rispetto.

Seneca pur abbracciando la tesi aristotelica da una definizione di amicizia che non nasce certamente dall’interesse e dall’utilità, ma da un vero e proprio istinto dell’uomo in quanto politikòn zòon. L’amicizia può rappresentare sia un danno che un opportunità. Per ricercare la felicità dentro se stesso, l’amicizia può ereggere un ponte in grado di raggiungerla. Il rapporto con l’altro può portare al miglioramento di se stessi, se ognuno rispetta l’altro come un suo pari. L’amicizia diventa, come per Aristotele, un occasione per migliorarsi nella collettività. Tuttavia, Seneca mette in guardia dal frequentare compagnie sbagliate, che possono creare l’effetto opposto, dissolvendo la felicità stoica nel piacere e nel vizio. Malgrado questo, gli stoici sono tra i primi filosofi promotori del cosmopolitismo. Ovvero, una collettivizzazione universale in grado di unire gli uomini, come un amicizia secondo virtù globalizzata. L’amicizia così diviene un esteso ed intrecciato legame collettivo; in grado, se usata correttamente, di diventare lo scudo dell’uomo contro le avversità. Socrate non giunge a definire l’amicizia. Non approva ciò che gli viene proposto cioè di identificare l’amicizia con l’amore: se qualcuno ama una persona, questa persona dovrà necessariamente ricambiare i sentimenti dell’altro. Epicuro «Ogni amicizia è desiderabile di per sé anche se ha avuto il suo inizio dall’utilità» verso Aristotele. Infatti l’amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la felicità va oltre la filosofia poiché:

«Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l’acquisto dell’amicizia»

«L’amicizia trascorre per la terra annunziando a tutti noi di destarci per darci gioia l’un con l’altro. »

Comprendere la dottrina di Epicuro voleva dire diventare suo amico. L’essenza dell’amicizia è la comunità dei più grandi piaceri, cioè quelli puri che presuppongono l’assenza di timore e la saggezza. È essa che ci procura i veri amici, il bene più puro. Senza amici non si può essere né saggi né felici.

Per la realizzazione ho consultato fonti dal web