Perché sia sempre 25 novembre

Di Mimmarosa Barresi

Della serie “Avengers”, perché sia sempre 25 novembre

È di uno scultore italo argentino la statua che presidiava/sembrava presidiare la New York County Criminal Court, il tribunale simbolo del movimento METOO, per aver ospitato processi a carico di noti personaggi accusati di abusi (per tutti Harvey Weinstein).

L’opera risale al 2008 ed è ispirata all’arcinoto gruppo scultoreo di Benvenuto Cellini, PERSEO CON LA TESTA DI MEDUSA, sotto le volte della Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria a Firenze.

A detta dell’Autore, poi, anche la lettura dei moventi versi di Ovidio avrebbe esercitato la sua influenza.

Della statua di Cellini, però, questa di Garbati rappresenta il pendant, ma in senso opposto, con una inedita ed inaudita inversione dei ruoli.

Si intitola e rappresenta, infatti, MEDUSA CON LA TESTA DI PERSEO.

 

 

Perseo, e non solo quello di Cellini, dopo aver decapitato Medusa, ne portava in giro la testa, macabro trofeo, allo scopo di pietrificare i nemici.

E, nel caso della scultura fiorentina, egli la ostende e la ostenta con il braccio sinistro teso e la mano destra ad impugnare ancora la spada sguainata.

 

Garbati, invece, ci presenta Medusa, dal corpo scultoreo, improntato a classica “ponderatio”, dal viso intenso ed assai bello, incorniciato da una splendida massa di riccioli-serpenti, mentre tiene sì con la destra la testa penzoloni di Perseo e con la sinistra ugualmente la spada inerte, ma le sue braccia corrono lungo il corpo e non vi è in lei, nel suo viso, nel suo corpo, alcun segno di esultanza o di autocelebrazione.

Ha solo evitato di essere uccisa. Autodifesa diremmo, visto, come, secondo il mito, sono evoluti gli eventi.

Per inciso, il Perseo decapitato da Medusa ha le fattezze di Garbati; un po’ come il caravaggesco Golia, si parva licet…

Realizzata, come sopra ricordato, nel 2008, dal 2018 l’opera partecipa del MEDUSA WITH THE HEAD PROJECT (MWTH), un progetto di rivisitazione del mito elaborato dall’artista Bek Andersen. Dal 13 ottobre 2020 al 30 aprile 2021 è stata esposta al Collect Pond Park in Center Street, Lower Manhattan.

La finalità di tali autentiche reinvenzioni dei miti classici, come qui con Garbati, è manifestamente quella di offrire una, per quanto tardiva (e forse inutile), rivalsa a Medusa su Perseo ed a tutte le donne su una società maschilista e patriarcale che continua, purtroppo, a produrre misfatti ed orrori.

 

I commenti al vetriolo di molti critici (maschi) ed anche di qualche femminista (?) rancorosa contro Garbati e la sua ‘scandalosa’ Medusa mostrano in fondo che la franca provocazione dall’artista ha in parte conseguito il suo scopo.

EN ATTENDANT LE 25 NOVEMBRE

Di Mimmarosa Barresi

 

ELISABETTA SIRANI.

Elisabetta Sirani, AUTORITRATTO, 1658, olio su tela, Mosca, Puschkin Museum.

 

Aspettando, appunto, il 25 novembre, proponiamo finalmente un’opera che ha, come sempre, per protagonista una donna nella parte, però, non già della vittima, ma della giustiziera. Una giustiziera che si vendica tuttavia di un oltraggio subito e avoca a sé il diritto di difendersi e di essere rispettata. È Timoclea, tebana e sorella di quel Teogene, comandante del Battaglione Sacro, morto eroicamente combattendo a Cheronea. La giovane donna, durante l’occupazione di Tebe da parte delle truppe di Alessandro Magno, fu violentata da un ufficiale macedone, rimasto anonimo (anche nella narrazione di Plutarco). Costui commette l’errore di non uccidere la sua vittima perché, spinto dalla cupidigia, crede che ella possa indicargli il nascondiglio di favolosi tesori. Timoclea finge di assecondarlo e lo conduce presso un pozzo nel quale riesce a spingere l’avido aguzzino e, in aggiunta, gli scaglia contro sassi tanto da ucciderlo.

Accusata di omicidio e condotta in giudizio di fronte ad Alessandro, ella si difende con coraggio e determinazione, guadagnandosi non solo la sua stessa vita ma perfino l’ammirazione del nemico. Storia o leggenda che sia, qui il nostro intento è quello di mostrare come possa cambiare la narrazione di un fatto se a raffigurarlo in pittura è una donna piuttosto che un uomo.

L’episodio, infatti, è il soggetto di note rievocazioni, come, per tutte, quella di Pinturicchio (affresco nella camera della favorita di Francesco I a Fontainebleau) o di Domenichino (dipinto conservato al Louvre). In ambedue i casi la scelta degli artisti è quella di rappresentare Timoclea umiliata di fronte ad Alessandro Magno.

Del tutto diversa la opzione, qui proposta, della pittrice Elisabetta Sirani nel dipinto che non a caso reca il titolo TIMOCLEA UCCIDE IL CAPITANO DI ALESSANDRO MAGNO

Elisabetta Sirani, TIMOCLEA UCCIDE IL CAPITANO DI ALESSANDRO MAGNO, 1659, olio su tela, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte.

 

 

 

Elisabetta Sirani, figlia d’arte (il padre Giovanni Andrea era pittore e mercante d’arte, nonché aiuto di Guido Reni), rovescia, per così dire, il punto di vista della narrazione. Timoclea sta per spingere il bieco militare giù nel pozzo. È bella e determinata. Il suo stupratore, al contrario, è ritratto in una posa tutt’altro che eroica, scomposto com’è sull’orlo del meritato abisso. L’opera è esemplare prova del c.d. “alto Barocco “, dove si mescolano erudizione e virtuosismo, in perfetto stile “sprezzatura”. E fu gradita tanto da essere riprodotta e diffusa in incisioni, come quella famosa di Matthaus Merian, da cui il dilatato adattamento pittorico per il Castello Eggenberg a Graz. Del resto Elisabetta fu una protagonista dell’arte del suo tempo: capo di bottega a soli 24 anni, Professoressa all’Accademia di San Luca, prima donna in Europa a fondare una scuola femminile di pittura. E non si può ignorare il suo grande contributo alla cultura artistica bolognese, dove più e meglio del padre diffuse i modi di Guido Reni. Fu infine richiestissima dalla committenza e di conseguenza assai produttiva, come attesta un insolito ( per i tempi e per il suo sesso) registro di lavoro. Se non fosse che la vita e la gloria di Elisabetta si interrompono a soli 27 anni, a causa di un improvviso malore, causato dal troppo lavoro. Peritoneale, ulcera ? Chi può dirlo? A quel tempo, comunque, il veleno era molto di moda! Ed ella fu certo meno fortunata della ‘sua’ Timoclea. Così queste note sono sì un omaggio a Timoclea, ma anche ad Elisabetta, fanciulla prodigio, pittrice amata ed invidiata, probabilmente perché, come annoto’ il biografo Malvasia, aveva un talento “più che da uomo “.