La stanchezza dipinto N.Giaimis
“Nonna, sono stanca. Tanto stanca di questa vita…”
“Prendi la tua stanchezza, bambina mia, e avvolgila intorno a te stessa. Come una coperta nei freddi mesi invernali. La stanchezza giunge per farti da nido, per portarti ad indossare abiti comodi, per farti sprofondare nel suo caldo abbraccio. E’ un invito, a stare in te stessa. Senza forze, senza pensieri, senza azioni. Come la neve che copre tutto per ammorbidire il mondo, per renderlo ovattato, per proteggerlo dal rumore. Accogli i fiocchi della tua stanchezza e fatti coprire interamente da essi.”
“Potrei morire sepolta là sotto…”
“Rinascerai invece. Come il seme nel terreno. Non resistere alla tua stanchezza, non rifiutarla con mille azioni, mille propositi, mille sensi di colpa. Ti vuole solo prendere per mano e condurti ad inabissarti nel vuoto. Proprio là, dove giace la fonte di ogni forza interiore. Ci hanno insegnato ad essere forti resistendo. Ma è nell’arrendersi che emergono i veri eroi.”
“Ho paura, nonna. E se la stanchezza mi annienterà?”
“Bambina mia, tu non hai paura della stanchezza ma di perdere il controllo di te stessa. E’ arrivata l’ora per te di concederti alla vita. E di generare insieme a lei i figli più meravigliosi: i frutti della tua anima!”
Elena Bernabè – Scrittrice
Fonte web
Ratto di Polissena
Di Mimmarosa Barresi
Il ratto di Polissena
Pio Fedi, RATTO DI POLISSENA, 1855-1865, Firenze, Loggia dei Lanzi
Pio Fedi, RATTO DI POLISSENA, 1855-1865, scultura in marmo, Firenze, Loggia dei Lanzi. Ospitata com’è in quel ridotto, ma prestigiosissimo, museo a cielo aperto che è la Loggia dei Lanzi nella fiorentina Piazza della Signoria, l’opera qui proposta, considerata il capolavoro di Pio Fedi (1816-1892), rappresenta ancora una volta un “ratto”, un rapimento che però si conclude non già col ‘solito’ stupro, ma addirittura col sacrificio della giovane rapita. Polissena era, come è noto, una delle figlie di Priamo e di Ecuba, rapita da Neottolemo, a sua volta illustre figlio di Achille, che venne appunto immolata dallo stesso Neottolemo sulla tomba del padre per propiziare il ritorno in patria dei Greci dopo la caduta di Troia e per placare insieme l’ombra del Pelide, che dagli Inferi reclamava la giovane come sua preda esclusiva. Questa versione della sorte e della morte di Polissena è accolta da Eurioide e qui seguita da Pio Fedi, scultore classicheggiante, acclamato e ricercato negli anni di Firenze capitale. Il gruppo scultoreo in presentazione è posto appunto nella suddetta prestigiosa Loggia, alla estremità sinistra verso gli Uffizi, ed è l’unica opera ‘recente’ (ottocentesca) ad aver meritato di figurare accanto ai capolavori antichi e rinascimentali già presenti nel luogo. Con il pathos ed il vigore, che gli valsero il gradimento dei fiorentini e soprattutto del Granduca, Fedi ritrae lo sgomento di Polissena e la furia di Neottolemo, che si erge trattenendo con una mano la giovane, mentre con l’altra, ugualmente possente e minacciosa, si prepara a colpire Ecuba.
Ai piedi il corpo ormai esanime di Polidoro, ucciso nel tentativo di difendere la sorella.
Dal punto di vista storico-critico molte le citazioni disseminate da Fedi in questa scultura, sia da opere contemporanee sia risalenti, come, per tutte, l’elmo elaborato indossato da Neottolemo, che ricorda i paradigmi illustri di Verrocchio e di Leonardo. Ma non è su questo che intendiamo soffermarci, quanto piuttosto, dopo una stagione che continua ad essere tragicamente costellata da femminicidi e violenze nei confronti delle donne, sul dato, in questa sede sempre ribadito, della capacità dell’arte di obliterare, in forza della bellezza delle opere e del virtuosismo degli artisti, fatti efferati e comportamenti abominevoli. Quella rappresentata da Pio Fedi è praticamente una strage, che si concluderà col sacrificio di Polissena, la vittima più vittima di tutte, al cui confronto il destino delle Sabine di Giambologna, con le quali la principessa troiana condivide l’aria sotto la Loggia, potrebbe risultare quasi accettabile se non addirittura favorevole. Non è così, in verità. Lo sappiamo bene.
La “Capinera di Noto” di Nunzia Giaimis
Così incontrai Mariannina Coffa, per mezzo di un concorso di poesie fuori dal mio contesto cittadino. La voglia di mettermi in gioco fuori dai soliti schemi.
Fui subito attratta dal nome, e poi dalla Donna più notizie trovavo, più volevo averne.
Partecipai al concorso con due poesie, una di esse mi valse il secondo posto, ma a darmi più soddisfazione fu quella per la quale fui in un certo senso redarguita dalla giuria.
Infatti i giurati si ricordano di “Colei che ha osato scrivere (forse malamente?) come nell’800”.
Beh, è il più bel complimento che potessi ricevere, ne fui felice!
Mariannina Coffa, una donna sola ma di una grande forza per inseguire i suoi obiettivi, i suoi sogni, il suo grande amore.
Mariannina Coffa
«Fra la morte la vita e la speranza giacqui/ viva non mai, non mai distrutta».
bastano questi pochi versi per riassumere la breve e triste vita di Mariannina.
Mariannina nacque a Noto nel 1841 da Celestina Caruso e Salvatore Coffa, avvocato patriota.
Considerata un’ enfant prodige per la sua capacità di creare estemporaneamente poesie da una sola parola, scriveva su argomenti prestabiliti e a volte improvvisava i versi, lasciando tutti sbalorditi.
La sua educazione venne affidata a un sacerdote letterato, Corrado Sbano, affinché vigilasse sulle sue letture, e sebbene dovesse insegnarle la tecnica poetica (incentrata per volere del padre su tematiche che non dovevano superare il perimetro del classicismo cattolico), non vi fu un vero e proprio perfezionamento nello stile della poetessa.
Nel 1859 la giovane Mariannina si innamorò di Ascenso (o Ascenzio) Mauceri, il suo insegnante di pianoforte. La storia d’amore venne in un primo memento accettata dai genitori e successivamente ostacolata, in quanto si prospettò il matrimonio con un uomo facoltoso di Ragusa, Giorgio Morana.
Ascenso aveva proposto a Mariannina di fuggire, ma lei, forse ancora troppo giovane e ingenua, non accettò, sottomettendosi alla volontà dei genitori.
La Saffo siciliana, la Capinera di Noto, ormai sposata e costretta a vivere con un uomo che non amava, dovette abbandonare Noto per trasferirsi a Ragusa, Mariannina si ritrovò a convivere con un suocero ignorante, che non accettava la sua vocazione per la poesia, ritenuta uno strumento di perdizione. Il grave lutto per la perdita di due dei suoi figli, l’incomprensione che regnava sovrana dentro le mura domestiche , dove ai dissidi coniugali si sommarono quelli con le cognate che naturalmente ignoranti e probabilmente anche invidiose, sostenevano le motivazioni del suocero.
L’unica fuga dalla realtà fu la scrittura, anche questa non facile; così doveva avere cura che nessuno sospettasse o trovasse i suoi manoscritti, ella scriveva di notte al lume di una candela.
Ci sono testimonianze di alcune lettere che Mariannina scambiò con Ascenso, in cui gli raccontava quanto fosse triste la sua vita e come il suocero non avesse insegnato alle figlie a leggere e scrivere, ”perché non fossero disoneste o cattive donne di casa”. Una donna che scriveva era una minaccia.
Abbandonato il tetto coniugale, chiese ai genitori di essere accolta in casa ma fu respinta, il che la portò ad accusarli di averle rovinato la vita e poi lasciata sola nel momento della malattia, quel male che la accompagnava da tempo, (probabilmente un’endometriosi, altre fonti sospettano un tumore)di conseguenza si trasferì a Noto per essere seguita dal dottor Bonfanti, allievo di Migneco, suscitando pettegolezzi e dicerie.
La Poetessa Maledetta, benché venga ricordata più per la sua vita drammatica che per la sua opera, è senza dubbio l’esempio di una donna, un’artista, che ha dovuto lottare contro gli ideali di una Sicilia ottocentesca e provinciale, contro una famiglia che valutava le persone in base al denaro.
Mariannina condivide con i contemporanei poeti maledetti francesi il disincanto, la morte precoce e il malessere suscitato dal dover vivere in una società borghese antica e ottusa. Come molti poètes maudits, che morirono in giovane età, Mariannina si spense a Noto il 6 gennaio del 1878, a soli 37 anni.
Lettera che Mariannina scrisse ad Ascenso, il 9 marzo 1870, più di dieci anni dopo il loro incontro.
«Avete mai pensato, Ascenso mio, a quel giorno in cui eravate in mia casa, quando il cielo divenne nero e i tuoni ci facevano paura? […] Oh! Ma non è possibile aver dimenticato ciò che fa parte della vita.
Quelle ore della tempesta furono le più belle del nostro amore – perché mai, mai mi fu concesso dirvi una parola senza testimoni, ma mi fu concesso stringere la vostra mano e aprirvi l’anima mia. Ma quel giorno ebbi un istante di felicità, ed oggi l’ho scontata con perenni lagrime. Eravamo soli; voi avevate scritto un sonetto che cominciava Demone o spirto…
Volevate che facessi la risposta sulle stesse rime, e mi posi a scrivere. Eravate in piedi dietro la mia sedia, e posaste la mano sulla carta che avevo innanzi, e su quella mano appoggiai le mie labbra ardenti…O mio diletto – dopo dieci anni, io palpito come palpitavo in quell’ora, e parmi nulla esser mutato; quel cuscino che dovea servire pel vostro pianoforte, io lo conservo ancora: lo tolsi dal telaio, non volli mai terminarlo ed è per me una preziosa reliquia – i colori delle rose sono impalliditi come la mia vita… ma l’anima perché non muta?»
Lui rispose alla lettera, dicendole che non le avrebbe più permesso di scrutare nella sua anima, perché lei ormai era madre e aveva scelto un’altra vita. Lei lo supplicò di concederle un incontro: «Sono troppo – troppo infelice. Venite, per pietà, venite, e non ci vedremo mai più. Addio».
A quell’appuntamento Ascenso non si presentò mai.










