Sport, teatro e dintorni a cura di Francesco Chianese

Di Francesco Chianese

Sport, teatro e dintorni
Tra sport e teatro mi piace soprattutto il termine “dintorni” ed è proprio dei dintorni che mi piacerebbe parlare come presentazione.
Del Teatro si è tanto parlato e anche lo sport non è venuto meno. Resta, comunque un interrogativo se non addirittura un passaggio sul perché siamo portati a vivere le scene su un palcoscenico o su un campo di calcio sia da protagonisti che da spettatore. Insomma qual è la funzione sociale del Teatro e dello sport in genere. Innanzitutto bisogna fare un primo distinguo tra amatoriali e professionisti e quando dico amatoriale non mi definisco ad un prodotto inferiore.
La professionalità è la chiave necessaria affinché tutto riesca alla perfezione e per ottenere il massimo non esiste risparmio di impegno con le relative prove, o allenamenti in caso dello sport, che ci porti alla prima ben preparati e alla vittoria finale.
Esistono, dunque, i professionisti che vivono di Teatro o sport (riferito solo agli sport professionali) con tanto di contratto ed iscrizione all’ ente previdenziale nel nostro caso all’ Enpals. Per il solo Teatro esistono i “quasi professionisti” che non vivono di solo Teatro, non lavorano a contratto ma si fanno pagare a prestazione (anche profumatamente). In ambi i casi è il denaro il motivo di tale passione. Infine la categoria degli “amatoriali” assolutamente professionali e non meno validi dei colleghi di gradino più avanzato.
Si ama a tal punto il Teatro o lo Sport che spesso si mette la mano al portafoglio personale per praticarlo e farlo praticare.
È giusto che le prestazioni siano compensate e che la fatica degli operatori sia riconosciuta.
Per rendere meglio l’idea: “nel professionismo, e per qualche semi professionista, il Teatro serve per fare i soldi, nell’ amatorialitá i soldi servono per fare Teatro”.
La funzione sociale del Teatro così come lo Sport deve essere l’aggregazione, educare il giovane alla vittoria e ad accettare la sconfitta, l’accoglienza, la partecipazione, il rispetto delle regole scritte e non scritte, socializzazione e comunicazione.
Sarà proprio la “comunicazione” il tema del prossimo intervento.

Come dimenticare le famose Panelle???’

Le panelle vengono preparate con farina di ceci, acqua, prezzemolo tritato, sale, pepe e se si vuole anche del finocchietto in grani.

Non è difficile farle, devi avere solo un po’ di forza nelle braccia! Perché? Perché nel cucinarla, la farina si addensa diventando un po’ pesante.

Occorre una confezione di farina di ceci da 500 gr metti un litro e mezzo di acqua fredda in una pentola e fai cadere, piano, piano, magari attraverso un colino, la farina. Mescola, man mano con un cucchiaio di legno fino a che la farina non si scioglie del tutto. Metti a fuoco medio, per circa 30 min, comunque fino a quando l’impasto, cremoso, non si stacca dalla pentola; attenti a mescolare continuamente! Ecco perché bisogna avere forza, perché stando lì, per mezz’ora, sempre a mescolare…beh! Il braccio si stanca un po’. Comunque il risultato, credetemi è favoloso! Aggiungi sale, pepe, prezzemolo e se ti piace anche del finocchietto in grani.

Metti il composto, ancora caldo, in una forma rettangolare, va bene anche un contenitore di plastica appena inumidito, fai raffreddare il composto del tutto, altrimenti rischia di rompersi. Avrai adesso una forma semisolida che taglierai facilmente a fettine ed ecco le famose panelle ancora crude.

Adesso friggi le panelle in olio di semi bollente, ponile su di un piatto con della carta assorbente e buon appetito! Potrai gustare le panelle da sole, come antipasto caldo oppure in morbidi panini bianchi, come spuntino.

arancine di riso siciliane

Le arancine sono una specialità della cucina palermitana, e rappresentano una delle leccornie più conosciute della Sicilia. Si racconta che fu un emiro arabo ad inventare il timballo di riso, per portare con se qualcosa da mangiare quando si allontanava dal suo palazzo per andare a caccia.

Poi ci fu la trovata geniale di manipolare questo timballo di riso fatto con pezzetti di carne e profumato di zafferano, dandogli la forma di una palla grossa come un’arancia, che impanata e fritta resisteva molto meglio al trasporto.

Le arancine sono una specialità della cucina palermitana, e rappresentano una delle leccornie più conosciute della Sicilia. Si racconta che fu un emiro arabo ad inventare il timballo di riso, per portare con se qualcosa da mangiare quando si allontanava dal suo palazzo per andare a caccia.                                          Oggi di arancine se ne preparano per tutti i gusti, al burro, agli spinaci, con i funghi e persino al cioccolato, ma la regina di tutte le arancine rimane sempre la croccante, bionda, golosa arancina classica al ragù di carne,

INGREDIENTI (con queste dosi si ottengono circa 25 arancine): 1 kg di riso  originario; 2 l circa di acqua; 20 g di sale; 20 g di dado classico; 50 g di burro; 2 foglie d’alloro; 1 bustina di zafferano; pepe q b.

Preparare il riso un po’ di tempo prima perché deve essere freddo per la buona riuscita delle arancine.

In un tegame mettere il burro e farlo sciogliere, aggiungere il riso e mescolare, aggiungere l’acqua e tutti gli ingredienti. Lasciare cuocere mescolando di tanto in tanto facendo attenzione a che non si attacchi sul fondo. Una volta cotto (non deve esserci più acqua) mettetelo a raffreddare.

Soffriggere in un tegame la cipolla con l’olio. Aggiungere il tritato e farlo rosolare a fiamma viva, sgranandolo con un cucchiaio di legno, quindi sfumarlo con il vino. Unire sale e pepe, e la salsa di pomodoro. A metà cottura aggiungete i piselli e fate finire di cuocere il ragù. A cottura ultimata il ragù deve risultare abbastanza denso.

 

Per formare le arancine, procedete in questo modo: prendete un pò di riso e mettetelo sul palmo della mano in modo da formare un incavo dove metterete un cucchiaio di ragù, e se volete, un cubetto di primosale o di mozzarella, secondo il vostro gusto.

 

Prendete ora un altro po’ di riso e coprite il ragù, facendo attenzione a non farlo uscire. Compattate il composto dando la forma dell’arancina. A questo punto passatela in una pastella non troppo liquida fatta solo di acqua e farina e infine ricopritele con il pangrattato. Friggetele in abbondante olio bollente fino a quando non saranno ben dorate.

alcune ricette tipiche siciliane per il 13 dicembre

CUCCÌA CON LA RICOTTA

La cuccia è il grano cotto e poi condito secondo i propri gusti, con la cioccolata, con un budino preparato con latte, zucchero, zuccata chiamato anche “biancomangiare”, oppure con la ricotta. Anche questa pietanza nasce all’interno dei monasteri e l’usanza vuole che venga offerta a parenti, amici e vicini di casa. Il nome cuccia viene da “cocciu” che in siciliano vuol dire chicco.

Per preparare questo dolce, occorre mettere a bagno il grano in acqua fredda per due giorni, cambiando di frequente l’acqua. La sera prima della festa, lavate il grano in acqua corrente e mettetelo a cuocere in una pentola con acqua e un po’ di sale. Fate cuocere per circa due ore, scolate l’acqua in eccesso, coprite e lasciate raffreddare.

La cuccìa siciliana

 

INGREDIENTI: 500 g di grano tenero (che preparerete come sopra); 700 g ricotta; 300 g zucchero; 150 g zuccata; 200 g cioccolato fondente a scaglie; cannella e granella di pistacchi a piacere.

Per preparare la crema bisogna passare al setaccio la ricotta e lo zucchero assieme, che raccoglierete in una ciotola, unitevi la zuccata tagliata a pezzetti, le scaglie di cioccolato,e un pò di cannella. Mescolate delicatamente. Aggiungete ora il grano amalgamando accuratamente. Servitelo in ciotole cospargendovi sopra la granella di pistacchi e un soffio di cannella in polvere.

13 Dicembre …Santa Lucia

Santa Lucia che porta i suoi occhi in un vassoio…

La storia racconta che Lucia nacque a Siracusa intorno al 283, era di famiglia nobile e fu promessa sposa ad un pagano. Il padre di Lucia morì quando lei era ancora piccola. Quando sua madre fu colpita da una grave malattia, lei decise di recarsi in pellegrinaggio a Catania, presso il sepolcro di Sant’Agata a chiederne la guarigione. Qui promise, per voto, di donare tutti i suoi averi ai poveri e di non sposarsi per dedicare tutta la sua vita a Dio. Il pretendente però non fu d’accordo con la sua decisione e la denunciò come cristiana, vi erano in vigore in quel tempo i decreti di persecuzione dei cristiani emanati dall’imperatore Diocleziano Lucia fu presa e processata, sottoposta a molte torture fino a che non fu decapitata, era l’anno 304.

Il suo culto si diffuse da subito in tutte le chiese dove fu venerata come Santa protettrice degli occhi, forse per il suo nome che significa “promessa di luce”. Anche se patrona di Siracusa, Santa Lucia, ha un posto speciale nel cuore dei palermitani, che in questo giorno si astengono dal mangiare pane e pasta.

Questo per ricordare il miracolo della Santa che liberò la città dalla carestia nel 1646, facendo arrivare nel porto un bastimento carico di grano. La gente che per diversi mesi aveva sofferto la fame, non aspettò di macinare il grano, ma lo bollì per sfamarsi in minor tempo, aggiungendo solo un filo d’olio, creando così la cuccìa.

La storia di San Nicola

Occhi di bambino 💙

💛💛 LA LEGGENDA DI SAN NICOLA 💛💛

Nel lontano oriente viveva un uomo molto buono, il vescovo Nicola. Un giorno sentì dire che lontano lontano, in occidente, c’era una grande città dove tutti gli uomini pativano la fame, perfino i bambini piccoli.
Chiamò allora tutti gli abitanti della città e chiese loro di portargli i migliori frutti dei loro orti e dei loro campi.
Questi tornarono poco dopo con grossi cesti pieni di mele e di noci, sacchi di grano dorato per fare la farina, pane bianco e dolcetti al miele. I
l vescovo Nicola fece caricare tutto su una nave. Era una nave imponente e maestosa, blu come il cielo, ed aveva una grande vela bianchissima che splendeva sotto i raggi del sole.
Iniziarono il viaggio verso occidente, e il vento si mise subito ad aiutarli, soffiando sempre nella direzione giusta.
Ci impiegarono sette giorni e sette notti, e quando giunsero alle porte della città stava calando la sera. Per le strade non si vedeva anima viva, ma qua e là brillava qualche lucetta alle finestre.
Il vescovo Nicola bussò ad una di esse. In quella povera casetta viveva una mamma coi suoi cinque bambini. La donna, sentendo bussare, disse ai figlioletti di andare ad aprire la porta, pensando si trattasse di qualche poverello bisognoso di ospitalità. I bambini obbedirono, ma non trovarono nessuno; anche la mamma venne a controllare, e poi tornarono tutti insieme in casa.
Vicino alla stufa a legna la mamma aveva messo le scarpine dei suoi bimbi ad asciugare, perché nel pomeriggio erano andati a far legna nel bosco.
Rientrando in casa, sentirono tutti un delizioso profumino provenire proprio dalla stufa, si avvicinarono e trovarono le loro scarpe traboccanti di noci, mele rosse, mandarini, pane e dolcetti al miele. E lì vicino c’era anche un grande sacco pieno di chicchi di grano. Tutti poterono finalmente mangiare, ed i bimbi crebbero sani e vivaci.
Anche in tutte le altre case i bambini poveri trovarono gli stessi doni.
Così San Nicola ogni anno, nel giorno del suo compleanno, si mette in viaggio per venire da noi. Monta sul suo cavallo bianco e cavalca di stella in stella, e porta ogni anno i suoi doni per ricordare ai bambini che presto sarà Natale.

25 Novembre 2020

Abbiamo iniziato il 25 Novembre

Questo il primo articolo dedicato al tema evidenziato.

e visto che “Non basta un giorno” a sensibilizzare abbastanza, insieme allo staff  che mi affianca, abbiamo deciso di unire il messaggio di sensibilizzazione all’Arte.

Seguiranno articoli che riguarderanno le donne dell’Arte violate, la rubrica sarà curata dalla Professoressa Mimmarosa Barresi.

Un’altro 25 novembre, cosa sarà cambiato?
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.
Violenza, parole che assume mille modi di osteggiare e oltraggiare i più fragili.
Donne, bambini, anziani, disabili ecc.
Nel mondo cosiddetto civile, dal posto di lavoro, a quello che dovrebbe essere il posto più sicuro, il nido, la casa, si attuano le più colossali infrazioni ad un codice morale e a un diritto che si acquisisce alla nascita: la vita!!!
Eppure sembra scontato che la donna sia nata per servire, dapprima angelo del focolare, mai abbastanza ringraziata, raramente riconosciuta e spesso molto spesso maltrattata (nella migliore delle ipotesi).
Nel tempo la sua figura è cambiata, entrando a fare parte del mondo lavorativo e produttivo della società.
E anche lì ha subito e continua a subire ingiustizie, morali, psicologiche, sessiste.
Oggi 25 novembre 2020, in piena crisi pandemica, economica e sociale, si stima che i femminicidi si sono triplicati a fronte di una diminuzione omicidiaria.
La riflessione è che la donna è sempre più bersaglio dell’umano fallimento ed è dunque l’ unico capro espiatorio di chi le sta intorno.
Nunzia Giaimis
24/11/2020