Jack lo squartatore nel dipinto di George Grosz
Di Mimmarosa Barresi
È SEMPRE IL 25 NOVEMBRE.
George Grosz, JOHN L’ASSASSINO, 1918, Amburgo, Kunsthalle. A cavallo fra le due guerre mondiali Grosz interpreta la pittura tedesca fra il Dadaismo, di cui fu esponente e caposcuola, e la iconoclastia del regime nazista, cui fu avverso (come già era stato fieramente contrario al primo conflitto mondiale). Da qui la visione distorta e caricaturale, ma insieme dolente ed empatica, delle vicende e dei protagonisti del suo tempo. In quegli anni un proliferare di delitti sessuali, fra i quali quelli, resi famosi dalla stampa, di Jack così detto lo squartatore ; che è poi il John ritratto da Grosz. In questa opera egli indugia su particolari macabri, quali la testa quasi decapitata della donna e le evidenti amputazioni. Il colore ha la sua parte: dal rosa al rosso sangue per la vittima, nero e giallo acido per l’assassino, che fugge, o semplicemente si allontana, dopo aver lasciato un ambiguo mazzo di fiori (una scusa per avvicinare la donna o un omaggio irridente e crudele dopo la sua uccisione?). L’assurda deformazione prospettica, il ‘solito’ trattamento caricaturale dei volti e dei corpi confermano l’intento di Grosz di descrivere, testimoniare, una società crudele e sanguinaria, nelle quale, ancora una volta, le donne sono vittime predestinate.






