L’opera di Di Napoli nella Casa Municipale di Barcellona Pozzo di Gotto

Di Mimmarosa Barresi

 

Cesare Di Napoli, MADONNA COL BAMBINO, SAN GIOVANNINO, SAN MICHELE ARCANGELO E SANT’AGOSTINO, 1585, olio su tavola, Barcellona Pozzo di Gotto, Casa Municipale.

Cesare Di Napoli, polidoresco (si intende Polidoro da Caravaggio), pittore messinese dalla lacunosa biografia, ma dalla consistente produzione artistica, lasciò a Barcellona Pozzo di Gotto (nel monastero basiliano di Gala, secondo le fonti) questo dipinto luminoso, considerato fra i capolavori di questo sensibile seguace di Deodato Guinaccia.

L’opera, di grandi dimensioni (168,5 x 228 centimetri), reca il titolo assegnato dallo stesso Autore di “S. M. DELLE GRAZIE”, nonché la firma e la data di esecuzione :”CAESAR DI NAPOLI PINGEBAT / ANNO SALUTIS MDLXXXV”. La bella Signora del Cielo si presenta qui con il seno scoperto da cui stilla il latte della grazia, secondo una iconografia cara alla pietà dei monaci basiliani. Due piccoli angeli, molto teneri e molto raffaelleschi, tengono sospesa sul suo capo una corona. Ella regge appena con la destra il Bambino stante su un pilastro adornato da uno stemma gentilizio, presumibilmente quello del committente, il quale, come da tradizione, è collocato nell’angolo in basso a destra del dipinto.

Ugualmente tradizionale è il gesto del piccolo Gesù, che protende le mani verso il cuginetto Giovanni, già abbigliato come lo sarà da grande nel deserto; e che anticipa gli eventi futuri con la croce di canna appoggiata sulla spalla sinistra, recante una banderuola su cui si legge “ECCE AGNUS DEI”. La ferale premonizione allusa dalla croce è in qualche modo alleggerita dal cardellino che Giovanni offre a Gesù e che rievoca, per chi aveva ed ha gli occhi per vedere, la celebre MADONNA DEL CARDELLINO di Raffaello agli Uffizi. L’Arcangelo Michele, a sinistra, ha le sembianze di un soldato romano dalla inusuale corazza color carne che rivela la anatomia dell’addome. Michele è ovviamente armato di lancia, ha già schiacciato Lucifero, col quale formava la coppia angelica, e regge la bilancia della giustizia.

A destra, infine, Sant’Agostino, che ostenta una voluminosa barba nerissima ed indossa un sontuoso piviale verde bordato d’oro e foderato di porpora; egli regge con la destra un libro sacro e con la sinistra il bastone pastorale, con riferimento all’essere stato filosofo, vescovo e teologo, nonché dottore della chiesa e definito, in linea non a caso con il soggetto principale del dipinto, “Doctor Gratiae”.

Nel suo insieme, possiamo ben dirlo, questa opera barcellonese di Cesare Di Napoli è sufficientemente complessa nella sua apparente semplicità, in qualche modo suggerita dalla luminosa tavolozza, con il delicato profilo delle colline contro un cielo di latte. Ma era ed è evidente, per contrasto, la rilevante presenza di elementi simbolici e di citazioni, in accordo con la discendenza dal manierismo di Polidoro Caldara, allievo di Raffaello, ed esule, dopo il Sacco del 1527, proprio a Messina, dove rimase fino alla morte.