…E’ sempre 25 novembre!

OGGI PIÙ CHE MAI È IL 25 NOVEMBRE.

Di Mimmarosa Barresi

Come si apprezza dall’opera proposta, viene inaugurato qui un nuovo filone con creazioni artistiche tanto sublimi e celebrate da oscurare, cassare addirittura, l’atto e/o l’evento che rappresentano; e che si qualifica in ogni caso come un attentato alla integrità del corpo e dell’anima delle donne.
Solitamente, ovvero nella maggior parte dei casi, si tratta di rapimento (aulicamente ‘intitolato’ ratto) e di stupro (quest’ultimo mai neppur nominato).
La ricorrenza del tema nei dipinti e nelle sculture di ogni epoca è statisticamente significativa, anche per il suo innegabile portato storico, ma più spesso leggendario e mitologico.
Si premette (una volta per tutte) che delle molteplici interpretazioni del tema suddetto saranno offerte all’attenzione solo alcune, non sempre le più famose, certo le più espressive, a nostro avviso.
E si inizia da un evento, per la nostra cultura e memoria, epocale e definitivo, il c. d. “Ratto delle Sabine”, senza il quale i Romani, futuri padroni del mondo al tempo conosciuto, si sarebbero estinti, all’indomani, per così dire, del tracciamento del solco fatale. Tito Livio, fervido divulgatore dei fasti di Roma, ricostruisce questo rapimento di gruppo, affermandone la storicità e giustificandolo in ultima analisi.
Siamo dunque nel 753 a. C. e per quasi due millenni l’evento, comunque si sia svolto, ha agito sull’immaginario di ogni genere di artisti. Qui citiamo, alla rinfusa, Pietro da Cortona, Gian Lorenzo Bernini, Nicolas Poussin, Jean-Louis David notissimi; ma anche meno noti come, ad esempio, il manierista Paolo Farinati.
A dimostrazione della fortuna e del gradimento del tema, anche da parte della committenza, che voyeuristicamente apprezzava le grazie delle rapite, Sabine o no che fossero, di solito assai poco vestite.
Scegliamo qui di mostrare il gruppo scultoreo di Giambologna (Jean de Boulogne), RATTO DELLE SABINE, datato 1580-1583, che fa parte dell’arredamento granducale della Loggia dei Lanzi a Firenze, anzi ne costituisce il capolavoro più complesso.

Raffigura una giovane donna, una ragazza, che vanamente tenta di liberarsi dalla presa del giovane, aitante e muscoloso (alla Michelangelo, per così dire), che la tiene sollevata. Ai piedi, ossia alla base della mirabile, dal punto di vista tecnico e artistico, spirale marmorea che il gruppo realizza nello spazio, il vecchio padre sabino, che prevedibilmente, quanto vanamente, si dispera.
L’afflato più che manieristico, nonché le dimensioni colossali dell’opera, esprimono la drammaticità e la violenza di quel momento.

Ed ancora una volta sono gli occhi, gli sguardi dei personaggi a rappresentare la sostanziale efferatezza di questo “ratto”. Il quale ultimo è ulteriormente definito e quasi chiosato nella placca bronzea inserita nel basamento e che propone le possibili varianti della scena, ottenute con diverse dimensioni e profondità dei rilievi.


A conferma della sostanziale indifferenza per l’episodio crudele rappresentato stanno il plauso della committenza e il gradimento del pubblico, nonché (curiosità significativa) il titolo di un libretto, pubblicato nel 1583 dalla stamperia Sermartelli in Firenze, dal titolo “Alcune composizioni di diversi autori in lode del ritratto della Sabina…”. “In lode”? “Ritratto”? Mah.