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“Un maestro chiese ai suoi alunni di scrivere su un foglio un loro sogno.
Dopo qualche minuto passò a ritirare i fogli, tornò alla cattedra, li piegò e li mischiò più volte.
“Ora venite qui e pescate un foglio a caso” disse rivolgendosi ai suoi ragazzi.
Quando tutti ebbero finito spinse la classe ad aprire i fogli.
“Adesso leggete il sogno che vi è capitato e fatelo vostro, realizzatelo. Se trovate scritto il vostro sogno scambiatelo con il sogno di qualcun altro”.
Gli occhi dei piccoli si riempirono di stupore.
“Ma maestro, come possiamo realizzare un sogno che non è nostro?” chiese una di loro. “Io ad esempio non voglio diventare un astronauta come c’è scritto qui, avrei paura di andare nello spazio. Io sogno di diventare una ballerina”.
“Infatti, non potete”.
“E quindi? Perché ci ha chiesto di fare una cosa che già sapeva non avremmo potuto fare?”
“Perché possiate capire che ognuno di voi ha un sogno ed è importante come quello di tutti gli altri e che ognuno di voi ha il potere di realizzare i suoi sogni ma non i sogni degli altri. Nella vita molte persone vi diranno che i vostri sogni sono stupidi o cercheranno di farvi realizzare i loro sogni cancellando i vostri. Non permettetelo mai. Difendete i vostri sogni e battetevi per realizzarli, spiccate il volo ragazzi miei. Non importa se riuscirete a realizzarli, perché potrà anche succedere che alla fine resteranno soltanto sogni e non diventeranno realtà. Voi però continuate a crederci, a difenderli, a lottare per loro perché un mondo senza sogni è un mondo vuoto, perso. Non criticate i sogni degli altri, anzi se potete aiutate a realizzarli, perché i sogni sono fragili e se vengono spezzati le schegge… ti restano nel cuore per tutta la vita”.
Sabrina Ferri
Ai sogni, ai sognatori…alle schegge che ci hanno trafitto…
E tu? Ce l’hai un sogno?
Dio stava creando la donna, e ci stava mettendo molto tempo.
Un angelo gli chiese: “Perché ci metti tanto tempo?”
Rispose: “Guarda quanto è complicato.
Deve avere più di 200 parti mobili, e nello stesso tempo muoversi con grazia.
Lavora molte ore al giorno. Con due sole braccia abbraccia diversi bambini e li consola.”
L’Angelo rimase impressionato: “E’ un modello standard?
Ma non è possibile, riposati, la finirai dopo.”
“No”, disse Dio, “la finisco oggi e sarà la mia preferita.
L’ angelo toccò la donna: “Dio, com’è morbida!”
“Sì, ma è anche molto forte. Sembra fragile ma è fortissima.”
“Può anche pensare?” chiese l’angelo.
“Può pensare e può far ragionare”.
L’ angelo sfiorò il viso della donna. “Dio, ma è guasta! Perde liquidi!”
“No”, rispose Dio, “queste sono le lacrime”.
“A cosa servono?”
“Per esprimere la tristezza, l’amore, la solitudine, la sofferenza, l’orgoglio.”
“Dio, sei un genio! Hai pensato a tutto e lei è stupenda.”
“Oh sì. La sua forza può stupire l’uomo. Può ridere quando vorrebbe piangere, sorridere provando paura, aiutare gli altri quando lei stessa avrebbe bisogno d’aiuto.”
“Ma”, sospirò Dio, “ha un difetto, e se non lo correggerà da sola, si rovinerà la vita.”
“Che cos’è?”
“A volte non si rende conto del suo valore”.
Autore sconosciuto
Di Mimmarosa Barresi
Artemisia Gentileschi, AUTORITRATTO COME ALLEGORIA DELLA PITTURA, 1638-39, Londra, Kensington Palace.
Artemisia Gentileschi, ma Artemisia Lomi (come spesso si firma ella stessa cassando il secondo cognome) è diventata da tempo una degli artisti più celebrati e rievocati, e non solo dai c.d. addetti ai lavori.
La sua opera, e più la sua vita, sono state oggetto di attenzione da parte di romanzieri, registi e perfino di un largo pubblico di ‘profani ‘.
Tutto ciò a partenza dalle particolari e romanzesche, appunto, vicende della sua esistenza, con speciale (e vorremmo aggiungere morboso) riguardo al noto episodio dello stupro di cui fu vittima da fanciulla, con il corollario di un processo umiliante e crudele (fu anche sottoposta a tortura); cui tuttavia ella reagì con inusitato coraggio, così da superare, almeno in apparenza, il trauma dell’offesa subita e diventare, in forza della sua arte, una delle figure più significative nel panorama della pittura seicentesca.
Osiamo argomentare ex contrario che l’essere divenuta in alcuni ambiti, anche se a buon diritto, una icona del femminismo, pure di quello militante (con riferimento ad esempio alle “Gorilla Girls”), ha paradossalmente nuociuto alla sua fortuna critica, velando (e non sono le velature della Mandrediana Methodus) o addirittura obliterando il pregio e la unicità del suo gesto artistico.
Certo lo stupro subito segnò la sua vita è influenzò la fonte della sua creatività e delle sue invenzioni ( non avremmo potuto ammirare altrimenti opere come GIUDITTA CHE DECAPITA OLOFERNE -nelle due versioni napoletana e fiorentina-, per non parlare dell’ungherese ed ancor più cruenta GIAELE E SISARA).
Non bisogna, tuttavia, dimenticare che nei sessanta anni della sua avventurosa esistenza Artemisia incontrò il gradimento di una committenza ricca e potente (anche fuori d’Italia), nonché il riconoscimento di colleghi e critici a lei contemporanei, tanto da essere ammessa alla Accademia delle Arti del Disegno, fiorentina e maschilistissima.
In verità, Artemisia Lomi Gentileschi assunse una autonomia ed un orgoglio quasi impensabili per l’epoca, perfino anacronistici. Ed è così che si ritrae nello splendido “selfie ” come ALLEGORIA DELLA PITTURA, dove anche la posa inusuale sottolinea il suo essere, e sentirsi, libera, emancipata, orgogliosamente artista e donna (che per i tempi non era cosa da poco).
Simon Vouet, RITRATTO DI ARTEMISIA GENTILESCHI, 1623 ca., Pisa, Palazzo Blu.
Lo stesso messaggio in uno dei ritratti per così dire ufficiali della pittrice, realizzato nel 1623 ca. da Simon Vouet, anch’egli figlio d’arte, giramondo, amato dai potenti, nonché creatore nella natia Francia di una accademia di disegno, non a caso con il determinante contributo della moglie e pittrice Virginia Vezzi.
Di Mimmarosa Barresi
René Magritte, Le Mémoire, 1948, Bruxelles, Coll. della Fédération Wallonie.
Nel 1948 René Magritte, insieme con Salvador Dalì uno dei più famosi e surreali Surrealisti, inizia a produrre una serie di dipinti, praticamente uguali fra loro, tranne che per alcuni dettagli, dal titolo comune Le Mémoire.
La testa di una statua, neoclassicisticamente bianchissima, pettinata all’antica e con un accenno di leonardesco sorriso, è posta su un davanzale. Sullo sfondo paesaggi e cieli azzurri, diversi nelle diverse versioni del dipinto.
Nella più celebre il fondale è una distesa di azzurro delimitata da un pesante drappo, una tenda rosso-bordeaux.
A destra della testa (a sinistra per l’osservatore) quello che è stato identificato in un sonaglio (‘accessorio’ ricorrente nei quadri di Magritte) ed una foglia appena appassita ma ancora verde.
Una “still life”, ovvero, in italiano, una natura morta, dove però di vivo c’è una chiazza di sangue che sgorga dal sopracciglio destro.
Delle molteplici interpretazioni date a questo dettaglio (che poi dettaglio non è!) già lo stesso Magritte esclude che “la macchia di sangue può suggerire in noi la supposizione che la persona di cui vediamo il viso sia stata vittima di un incidente mortale”.
Ma la negazione è notoriamente uno degli artifici utilizzati dai Surrealisti per innescare nell’osservatore pensieri e sentimenti au contraire.
Ci piace, e siamo dunque autorizzati, in questo contesto, in memoria, appunto, e per omaggio alle donne -non statue- vittime di soprusi e violenze, pensare che sia proprio il sangue innocente di qualcuna delle tante quotidianamente offese.
Una macchia scarlatta e inequivocabile, che rende impossibile l’abbandono del ricordo di tante efferatezze.
Una ferita che non può essere sepolta nella memoria o racchiusa nell’ermetico contenitore di una testa di pietra.
Di Mimmarosa Barresi
André Masters e CJ Munn, ICARUS HAD A SISTER.
Ebbene sì, Icaro aveva una sorella; come ci informano Masters e Munn con questa straordinaria opera, che lascia davvero senza fiato. Dal tema classico, variamente celebrato dagli artisti di ogni epoca, gli autori hanno derivato uno spunto, una ispirazione, che ci fa collocare qui questa scultura e dedicarla a tutte le donne, perseguitate e non.
André Masters e CJ Munn, ICARUS HAD A SISTER, 2004, scultura polimaterica.
Ritratta di spalle è infatti una donna che si appoggia ad un supporto orizzontale, dal quale probabilmente prenderà il volo, come lasciano presupporre le splendide ed imponenti ali già spiegate.
Al di sotto, dalla parete, spuntano i piedi ancora incrociati. Similmente alle belle mani ben aderenti al supporto, questi piedi, altrettanto ben fatti, esprimono l’attesa della decisione, ma forse anche la concentrazione, che precedono il momento catartico del decollo.
Qual è il significato dell’opera?
Masters e Munn spiegano: “È una forma minimalista che mostra sia la fragilità della forma femminile, ma anche la forza per un primo volo. […] È sul precipizio, pronta a fare un salto nel futuro”.
Per il suo significato e per la straordinaria innovazione tecnica la SORELLA DI ICARO ha vinto il premio “Rising Star” al Global 3D Orints Awards 2013.
L’opera infatti è stampata in 3D, ma non interamente. È un ibrido che vede lavorare acciaio, quarzo, rame, ferro, ardesia, resina, oltre che 30 micron di materiale per la stampa in 3D.
Il corpo ed i piedi dislocati, come sopra detto, sono il risultato del calco naturale al quarzo scintillante di una modella (Louise Banks). La base, per finire, è uno splendido pezzo di ardesia multicolore.
Masters e Munn con la Sorella di Icaro.
A tal proposito ancora gli Autori: “…è stata costruita [l’opera] per creare oggetti di bellezza e stupore che finora era impossibile costruire nel mondo reale”.
Una sfida dunque. Sia quella concreta, materiale di Masters e Munn, sia quella ideale della Sorella di Icaro. Per dire alle donne, anche a quelle che non hanno fratelli: “Resistete, concentratevi e…prendete il volo “.