Due ruote e un cagnolino

 

Di Domenico Romano

 

All’interno del progetto RISC ho avuto il piacere di ospitare e dare un minimo di assistenza a due coppie di cicloturisti che stanno pedalando nel nostro bellissimo paese. I primi Michelle e Maxim provengono dal Belgio, si sono fermati in Sicilia a causa del Covid, adesso hanno ripreso a pedalare, viaggiano con la loro cagnetta e vederli con il loro carrellino è veramente uno spettacolo.

Gli altri due sono due ragazzi giovanissimi di neppure venti anni, viaggiano dalla Germania e stavano andando a Palermo per trasferirsi in Sardegna e pedalare in tutta la costa Est, la loro intenzione è arrivare nel nord della Sardegna e di li trasferirsi a Genova per poi tornare a pedalare alla volta di casa loro.

A tutti e quattro ho avuto il piacere di regalare lo sticker “condividi la strada”, saperlo in giro per le strade europee mi inorgoglisce.

Ospitandoli, guardandoli, pedalando insieme a loro mi sono chiesto ….ma c’è qualcosa di più bello che viaggiare in bici??

Domenico

 

Domenico Romano
#𝙣𝙤𝙘𝙖𝙧𝙨 #𝙗𝙞𝙠𝙚𝙖𝙡𝙬𝙖𝙮𝙨 #𝙨𝙝𝙖𝙧𝙚𝙩𝙝𝙚𝙧𝙤𝙖𝙙

Un’altro emblema sulla violenza di genere nell’opera di Degas

 

 

 

 

Di Mimmarosa Barresi

 

È ANCORA IL 25 NOVEMBRE. Edgar Degas, LE VIOL, 1868-69, olio su tela, Philadelphia, Museum of Art. Originariamente intitolato dallo stesso Artista L’INTÉRIEUR, fu in seguito denominato, ed è tuttora conosciuto, come LE VIOL, trattandosi in verità della cruda cronaca di uno stupro. Dal punto di vista tecnico, l’opera è considerata importante per lo studio del rapporto di Degas con la luce; nel nostro caso quella fioca ed artificiale di un abat-jour. Ma è il tema che qui ci intriga, è la sua rappresentazione; con la vittima, la ragazza, involontariamente discinta e con un solo drappo, simbolicamente rosso, a coprirle le gambe, ripiegata su se stessa, fragile, umiliata, impotente. Ad occupare la parte destra della scena è invece l’uomo carnefice, distaccato e soddisfatto della sua impresa: le mani in tasca, le gambe divaricate, un appuntito orecchio luciferino e, non bastando, una grande, spropositata ombra, allusiva alla enorme malvagità di cui lo stesso è stato capace. Pur ispirato, meglio allineato al Positivismo alla Zola (si pensi alle dolenti vicende narrate in TERESA RAQUIN e /o L’ASSOMOIR), Edgar Degas qui supera l’asettico, e quanto crudele! , realismo con cui i romanzieri descrivevano la miserabile esistenza degli uomini, e più delle donne, nella Parigi ottocentesca. L’artista denuncia piuttosto un crimine quotidianamente perpetrato, ma non visto e forse neppure percepito come tale, anche perché spesso custodito, scandaloso segreto, all’interno delle mura domestiche, l’intérieur, appunto.

Carnevale, brevi cenni

 

Non voglio parlare del periodo storico che stiamo vivendo, per cui inizio con dei versetti della mia cara amica

Martina Parisi:

Carnevale vien di notte con le scarpe tutte rotte…aspe ho sbagliato, quella era la befana. Ma anche lui viene di notte, con le mascherine, sulle bocche. Tanti dolcetti, chiacchiere, fraviole e scherzetti. Poco allegro come non mai, anche quest’anno te ne vai. Ti aspettiamo il prossimo anno e festeggeremo come se fosse capodanno.

 

Etimologia. Secondo la più accreditata interpretazione la parola ‘carnevale’ deriverebbe dal latino carnem levare (“eliminare la carne”), poiché indicava il banchetto che si teneva l’ultimo giorno di Carnevale (Martedì grasso), subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.

Notizie storiche

Dal 1600 abbiamo notizie che riguardano il carnevale nella città di Palermo e,  col passare degli anni, la ricorrenza assunse sempre più sfarzo nella preparazione degli addobbi, dei costumi e delle maschere e potere sul desiderio collettivo di evadere dalla routine e dal quotidiano. Anticamente in Sicilia si poteva assistere a delle danze particolari, come quella “degli schiavi” durante la quale i partecipanti, travestiti appunto da schiavi, ballavano per le strade pubbliche al suono di antichi strumenti turchi come i tamburi, o la così chiamata “Balla-Virticchi” per la quale i partecipanti si travestivano da pigmei e trattenevano il popolo. Tra le maschere siciliane più caratteristiche del passato occorre decisamente ricordare quelle dei “Jardinara” (giardinieri) e dei “Varca” note soprattutto nella provincia di Palermo e quelle dei “briganti” e quella del “cavallacciu” note soprattutto nel catanese.
Tra le altre maschere tradizionali del passato si possono ricordare quelle che servono  da parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine: si hanno così le innumerevoli rappresentazioni dei “Dutturi”, dei “Baruni” e degli “Abbati”.
Si può citare, ancora, la vecchia maschera della “Vecchia di li fusa” presente anticamente nella Contea di Modica. Si tratta di un travestimento per diventare, attraverso l’uso di una gonna sgualcita, un mantello che si annoda al collo ed un velo che parte dal capo, il simbolo della prossima morte del Carnevale.
A Modica – Rg -, si trovano le città di Monterosso e Giarratana. Qui le maschere di Carnevale del passato più rappresentative erano quelle dei ” ‘Nzunzieddu”, cioè insudiciati, maschera così chiamata perché chi la impersona ha il viso sporco di fumo e terra rossa.

Il carnevale in provincia di Messina

A Francavilla di Sicilia nei pressi delle famose e suggestive Gole dell’Alcantara e circondata dal fiume San Paolo e dal fiume Zaviani, organizza ogni anno, così come altre città isolane, un Carnevale che dura un’intera settimana.
La festa vede il sorgere di canti e balli che coinvolgono l’intera cittadinanza, le sfilate dei carri allegorici, la personificazione del Carnevale nella maschera di “Sua Maestà”, inizialmente onorata grazie alla sfilata delle corti e poi accompagnata dal “Gran Corteo Funebre” che serve per seppellire la maschera stessa insieme al periodo di divertimenti sfrenati e licenziosi. Vero simbolo del Carnevale di Francavilla è il ballo collettivo.

Anche il rinomato centro turistico isolano di Taormina  prevede vari festeggiamenti per il Carnevale. Anche in questo caso la competitività nella realizzazione dei carri e lo sfarzo ostentato da questi ultimi è davvero notevole visto che tutti i cittadini si prestano alla realizzazione di questi simboli che poi sfileranno nel classico quanto allegro corteo la domenica ed il martedì grasso. I premi in palio sono notevoli ed offerti non solo dall’autorità comunale, ma anche dalle varie associazioni dei commercianti e sono un ottimo stimolo per dare il meglio di sé nella realizzazione dei carri.
Il coinvolgimento cittadino non si ferma solo a questo aspetto, ma prevede anche la presenza di massa alle varie feste serali che si realizzeranno nella pubblica piazza durante i giorni canonici della festa e che prevedono gare canore, giochi vari come l’albero della cuccagna e balli coinvolgenti.
Si evince che anche il carnevale taorminese può esser considerato un’ottima tappa per festeggiare il Carnevale in Sicilia in allegria ed in compagnia e può esser considerato uno splendido esempio del divertimento e dell’allegria.

Ne i momenti costitutivi della festa di Saponara, si hanno i soliti ma sempre affascinati e coinvolgenti carri allegorici ed il momento culminante della festa si ha il martedì grasso quando tutta la cittadinanza è coinvolta nel “Corteo dell’Orso e della Corte Principesca”. L’Orso è gigantesco, è agghindato con campanacci e trattenuto da delle corde ed è seguito dai suonatori di “brogne” e corni, dalla coppia principesca, dal giullare, dallo scrivano-consigliere e dal resto della corte. Tutto il corteo, inoltre, si arricchisce grazie alla partecipazione di vari gruppi e singoli vestiti in maschera. Nella memoria collettiva l’evento ricorda un fatto storico. Il Principe Domenico Alliata di Villafranca e la sua consorte Vittoria Di Giovanni, baronessa di Saponara, regnavano nel XVIII secolo; in quel tempo un feroce orso minacciava la cittadinanza ed il principe ne garantì la cattura e per rassicurare la cittadinanza del pericolo scampato e sulla propria validità di signore e protettore della città fece incatenare la bestia e lo fece condurre per le vie cittadine.
L’evento ora raccontato è stato lo spunto per effettuare un travestimento satirico e burlesco che nel corso degli anni è diventato il fulcro del carnevale e che serve anche per esorcizzare antiche paure, per documentare come la popolazione vive determinati eventi sociali e civili e non solo per rievocare e rappresentare momenti salienti della storia cittadina.)

A Novara di Sicilia ,oltre ai tradizionali festeggiamenti, anche il torneo della corsa delle locali forme del formaggio maiorchino – pecorino puro ricavato attraverso particolari processi di lavorazione e stagionatura e che assume una forma simile a quella del parmigiano -. E’ un evento che può vantare quattro secoli di storia alle spalle e prevede la partecipazione di varie squadre composte da tre elementi, squadre che gareggiano facendo rotolare le forme del formaggio che pesano circa dodici chili per le vie cittadine. L’evento ha come naturale conclusione una Sagra durante la quale si può consumare non solo il formaggio in questione, ma anche la ricotta e la tuma.

Durante questa settimana si fa largo uso di sughi di carne e di pietanze elaborate, come i “maccheroni al ragù” (pasta in casa preparata con 500 grammi di farina e qualche uovo e condita, appunto, con il ragù preparato con cotenna di maiale e spezie) . Un vasto elenco di dolci delizia in questi giorni il palato dei siculi, chiacchiere, fraviole , pignolata, castagnole, e tante bontà.

articolo supportato da fonti del web

Le pillole di Anna Scaglione (psicologa psicoterapeuta)

Abbi cura di te,
Dei sogni che fai
Della tua determinazione
Dei desideri che hai chiuso a in un cassetto
Abbi cura di te
Della gentilezza che mostri
e di quella che potresti concederti
Abbi cura dei tuoi occhi appannati,
delle rughe del tempo
che solcano strade nuove sul tuo viso..
Abbi cura della tua voce,
delle nenie che hai cantato,
dei “ti amo” sussurrati, di quelli taciuti
e di quelli ancora non detti…
Abbi cura dei tuoi sorrisi,
porto sicuro di amici e passanti
e anche delle lacrime
che hanno allagato il tuo cuore…
Abbi cura dei non detti e delle urla,
dei baci rubati e di quelli che hai mendicato..
Delle mani canute, del corpo che cambia..
Del dolore che ospiti, dell’amore che nutri..
Abbi cura di te ogni giorno che viene, ma nell’ora di adesso più di ieri..
Abbiate cura di voi, nessuno può farlo al vostro posto..
Anna Scaglione

Teatro: di nicchia o per tutti?

 

 

 

Di Francesco Chianese

 

Continuando a parlare di Teatro, prima di affrontare altri argomenti così come previsto, desidero esprimere anche il mio punto di vista.
Inconsapevolmente nel Teatro si usa una certa discriminazione bilaterale nel senso che è rivolta sia verso il basso, sia verso l’alto. Ci sono lavori adatti ad un numero ristretto di gente culturalmente avanti (o che finge di esserlo) con un linguaggio difficilmente comprensibile da chi non ha avuto modo di accrescere la propria cultura libraria nel corso della sua vita.
Il secondo tipo di discriminazione cioè quella rivolta dal basso verso l’alto non è questione di cultura ma di gusti. Qui bisogna fare un ulteriore distinguo tra teatro popolare e teatro di quartiere. Per Teatro popolare s’intende quello rivolto alla maggior parte della popolazione dove si usa un linguaggio sobrio comprensibile a tutti con testi sicuramente graditi a prescindere dal grado “culturale”, contenuti semplice ma di alto valore morale comunque “snobbati” al piano “superiore”.
Il teatro di quartiere è spesso un teatro chiuso delimitato dallo stesso quartiere nato più per spirito goliardico che per la voglia di fare “Teatro’. Qui non esiste un “tema” e spesso le storie sono condite di accesa volgarità, l’unica cosa che non accetto nel Teatro.
Per concludere: il Teatro può essere paragonato ad una Ferrari ma con due posti disponibili o a una bella accessoriata Fiat con cinque posti. Io preferisco guidare un pullman di 50 posti dove tutti riescono a percepirne il gusto e il significato.

Amicizia, il degrado di un alto valore morale e sociale- parte I

Di Nunzia Giaimis

 

Tra i tanti valori che il tempo moderno ha cassato, destinandolo ad un valore virtuale, quindi privo di veri contenuti e interessi, in cima troviamo proprio l’amicizia.  Rivedendo  l’etimologia e la Filosofia, scorgiamo e riportiamo alla luce una  definizione di un valore pregno di significato e senza il quale nessun rapporto possa dirsi amichevole o d’affetto.

 

Viaggio da Aristotele ai filosofi contemporanei.

 

Secondo Aristotele ci sono tre tipi di amicizie e li rappresenta come  una scalinata, composta da soli tre gradini. Il primo gradino corrisponde all’amicizia per piacere. Quando si frequenta qualcuno solamente per divertimento, questa amicizia come uno specchio, riflettere solamente sé stessi e l’altro  diviene  un mezzo, in una relazione nociva e destinata alla stagnazione.  Il secondo gradino, rappresenta l’amicizia per utilità. Anche qui il benessere individuale la fa da padrone. Il potere, dato dall’utile, diviene una calamita in grado di attrarre gli altri in un gorgo tempestoso, al cui centro risiede l’egoismo e la malignità dell’animo. La nota di ottimismo diviene dal fatto che egli afferma che, una volta dissipata la tempesta, il sole apparirà di certo più radioso di prima. L’ultimo gradino, costituisce la virtù. L’amicizia per virtù è la più radiosa e solidale, in grado di elevare l’uomo oltre il suo potenziale inespresso. L’amicizia per virtù diviene un viaggio di vita, dove l’altro diviene il fine dell’amicizia stessa. L’egoismo cede il posto alla solidarietà, l’invidia al rispetto.

Seneca pur abbracciando la tesi aristotelica da una definizione di amicizia che non nasce certamente dall’interesse e dall’utilità, ma da un vero e proprio istinto dell’uomo in quanto politikòn zòon. L’amicizia può rappresentare sia un danno che un opportunità. Per ricercare la felicità dentro se stesso, l’amicizia può ereggere un ponte in grado di raggiungerla. Il rapporto con l’altro può portare al miglioramento di se stessi, se ognuno rispetta l’altro come un suo pari. L’amicizia diventa, come per Aristotele, un occasione per migliorarsi nella collettività. Tuttavia, Seneca mette in guardia dal frequentare compagnie sbagliate, che possono creare l’effetto opposto, dissolvendo la felicità stoica nel piacere e nel vizio. Malgrado questo, gli stoici sono tra i primi filosofi promotori del cosmopolitismo. Ovvero, una collettivizzazione universale in grado di unire gli uomini, come un amicizia secondo virtù globalizzata. L’amicizia così diviene un esteso ed intrecciato legame collettivo; in grado, se usata correttamente, di diventare lo scudo dell’uomo contro le avversità. Socrate non giunge a definire l’amicizia. Non approva ciò che gli viene proposto cioè di identificare l’amicizia con l’amore: se qualcuno ama una persona, questa persona dovrà necessariamente ricambiare i sentimenti dell’altro. Epicuro «Ogni amicizia è desiderabile di per sé anche se ha avuto il suo inizio dall’utilità» verso Aristotele. Infatti l’amicizia, intesa come reciproca solidarietà tra coloro che cercano insieme la felicità va oltre la filosofia poiché:

«Di tutte le cose che la sapienza procura in vista della vita felice, il bene più grande è l’acquisto dell’amicizia»

«L’amicizia trascorre per la terra annunziando a tutti noi di destarci per darci gioia l’un con l’altro. »

Comprendere la dottrina di Epicuro voleva dire diventare suo amico. L’essenza dell’amicizia è la comunità dei più grandi piaceri, cioè quelli puri che presuppongono l’assenza di timore e la saggezza. È essa che ci procura i veri amici, il bene più puro. Senza amici non si può essere né saggi né felici.

Per la realizzazione ho consultato fonti dal web

 

Punti di svista: a caccia di opere poco valorizzate nel nostro territorio

Di Mimmarosa Barresi

Vincenzo Gagini, SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA, 1560, Barcellona Pozzo di Gotto, Chiesa di San Rocco di Nasari.

Varcata la soglia della Chiesa di San Rocco, assai risalente nonostante il prospetto terribilmente ‘moderno’, si incontra,

gentilmente allocata contro la parete di sinistra  la SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA di  Vincenzo Gagini, riconosciuta

come una delle opere d’arte più notevoli di Barcellona Pozzo di Gotto.

La bella e gloriosa e sapiente Caterina,figlia di re secondo la LEGENDA AUREA, è rappresentata da Vincenzo, a sua volta figlio di un artista idolatrato come Antonello, senza gli attributi consueti della iconografia tradizionale (corona, ruota, libro; mentre saranno andate probabilmente disperse la spada e la palma del martirio).

 Ai suoi piedi la testa recisa del cattivo di turno, il persecutore Massimino Daia, sul quale Caterina trionfa come la Vergine sul serpente.

È curioso (ma non sappiamo quanto intenzionale) che la fisionomia del governatore romano sia assimilabile a quella con cui Vincenzo immortala il padre Antonello nel balcone sul Cassero del Palazzo Arcivescovile di Palermo.

Per contro egli è invece allineato con i modi dell’arte paterna e in genere gaginesca relativamente alla rappresentazione di Santi e Madonne: la veste variegata d’oro, il basamento poligonale istoriato etc., che rimandano ad esempi noti,

a noi vicini, quali la MADONNA DELLA NEVE nel Santuario di Santa Lucia del Mela o, un po’ più in là, la alabastrina MADONNA nella Cattedrale di Taormina.

N.B: alle foto dell’opera affianchiamo un disegno dal vero di Fabio Balotta.

 

Artemisia Gentileschi



               
Di Mimmarosa Barresi
È ANCORA IL 25 NOVEMBRE
ArtemGentileschi, SUSANNA E I VECCHIONI, olio su tela, 1610, Pommersfelden, Castello di Weissenstein, Coll. Graf von Schonborn. Ispirato all’episodio narrato nel tredicesimo capitolo del Libro di Daniele, il dipinto mette in scena la storia, assai nota, di Susanna, giovane e bella e devota sposa del ricco Ioachim, spiata e insidiata da due vecchi stolker (per altro giudici di professione), che non esitano a ricattarla per ottenerne i favori. Vistisi respinti, ordiscono un inganno al fine di accusarla di tradimento nei confronti del marito e giurano il falso in tribunale facendola condannare alla lapidazione. Ma ecco Daniele, tanto giovane ma già tanto giusto e autorevole, che interviene a salvare Susanna, sbugiardando i vecchioni fino a far comminare loro la pena di morte. Artemisia, però, sceglie di illustrare un momento della vicenda che esclude il richiamo alla giustizia divina e la fiducia nel conseguente intervento salvifico. Come i tanti artisti che hanno condiviso con lei la scelta di questo episodio biblico (da Lorenzo Lotto a Francesco Hayes, da Tintoretto a Botero), anche Artemisia ignora, per così dire, il lieto fine della storia e si concentra sulla inqualificabile attitudine dei due voyeuristi, che colgono di sorpresa la bella ragazza nuda nell’atto di prendere il bagno. Artemisia Gentileschi dipingerà altre due versioni dello stesso soggetto (fino al 1649), ma qui, in questa prova giovanile del 1610, è lo sguardo di Susanna che esprime più che altrove il sentimento della pittrice; la quale (è il caso di ricordarlo) subì, pur essendo parte offesa, un umiliante processo. Nessun Daniele dalla sua parte. Ma la storia di Susanna, e di Artemisia, appare sempre attuale e tristemente si ripete, non solo per la mancanza di profeti.

Cicloturismo

 

 

di Domenico Romano

Nel nostro paese la pandemia sta intaccando notevolmente la struttura economica di moltissimi imprenditori. La ricerca di nuovi modi di fare impresa sta ormai diventando una costante e allora perché non rivolgersi al mondo del cicloturismo?

Il campo offre notevoli spunti se non altro perché esso è in crescita costante, da almeno un paio di anni a questi parte.

Gli ultimi dati resi noto in uno studio Isnart-Unioncamere e Legambiente riportano che nel 2019 sono stati oltre 6 milioni le persone che hanno scelto la bicicletta per una vacanza, vacanza che prevedeva almeno un giorno fuori di casa.

Interessanti anche i dati relativamente alla provenienza dei cicloturisti, il 20% di essi partono dalla Campania, sul podio oltre quest’ultima regione anche la Lombardia e il Lazio.

La provenienza dei biker esteri vede invece al primo posto i ciclisti tedeschi, seguiti da Francesi e Inglesi, importante in termini di presenza anche i cicloturisti americani.

A spulciare i dati salta all’occhio la grande risorsa economica che tale modo di viaggiare genera, i numeri parlano che i cicloturisti lasciano in Italia oltre 7 miliardi di euro, una buona cifra anche se molto lontano dai 12 miliardi di euro che il movimento cicloturistico genera nella sola Germania. 

 

Domenico Romano
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